Per quasi due mesi ho frequentato una donna di 56 anni, invitandola a cena, a teatro, ai concerti e organizzando continuamente qualcosa di piacevole per noi due. Pensavo che tra noi stesse nascendo una vera relazione. Poi, una sera, le ho semplicemente proposto di venire a casa mia. È bastato quello perché il suo atteggiamento cambiasse completamente.
Cinque anni fa ho divorziato. La separazione è stata abbastanza tranquilla, senza scenate, processi interminabili o guerre per i beni. Dopo il divorzio mi ero adattato piuttosto bene alla vita da single. Avevo i miei ritmi, le mie abitudini, nessuno a cui rendere conto e tutta la libertà che volevo.
Per diverso tempo questa situazione mi è persino piaciuta.
Ultimamente, però, avevo cominciato a percepire il silenzio di casa in modo diverso. Tornare la sera, aprire la porta e sapere che dentro non mi aspettava nessuno aveva iniziato a pesarmi.
Ho 56 anni, mi sento ancora bene, lavoro, mi tengo in forma e non considero certo la mia vita conclusa. Così ho pensato che forse fosse arrivato il momento di conoscere qualcuno.
Mi sono registrato su un sito di incontri con un obiettivo piuttosto semplice: trovare una donna normale con la quale costruire una relazione adulta, condividere la quotidianità, viaggiare, trascorrere le serate insieme e, magari, un giorno vivere sotto lo stesso tetto.
Dopo qualche giorno mi sono imbattuto nel profilo di Tatyana.
Aveva 56 anni anche lei, era vedova e scriveva di cercare un uomo serio e affidabile per una relazione stabile.
Niente fotografie provocanti, niente frasi pretenziose, niente lista infinita di requisiti. Nella foto appariva come una donna piacevole e curata, con un’espressione serena e uno sguardo gentile.
Le scrissi.
La conversazione partì subito bene. Non dovemmo passare settimane a scambiarci inutili messaggi del tipo “come va?” o “che fai?”. Le spiegai quasi immediatamente che non ero interessato a una conoscenza virtuale destinata a trascinarsi per mesi.
«Preferisco incontrare una persona nella vita reale», le dissi. «Cerco qualcuno con cui condividere davvero la vita, non una corrispondente.»
Lei rispose che la pensava esattamente allo stesso modo.
Il fine settimana successivo ci incontrammo in centro.
Il primo appuntamento mi lasciò un’impressione molto positiva.
Facemmo una lunga passeggiata. La giornata era piacevole, non avevamo fretta e la conversazione procedeva senza sforzo. Tatyana mi raccontò del suo lavoro, dei figli adulti e dei nipoti. Non parlava in modo ossessivo e sapeva anche ascoltare, cosa che apprezzai immediatamente.
Dopo la passeggiata le proposi di sederci in un caffè.
Naturalmente pagai io.
Sono cresciuto con l’idea che, se un uomo invita una donna, sia normale che offra lui. Non considero questa cosa né un sacrificio né una dimostrazione particolare di ricchezza.
Dopo quell’incontro cominciammo a vederci regolarmente.
In pratica iniziò un vero e proprio periodo di corteggiamento.
Compravo fiori, qualche scatola di cioccolatini, organizzavo le uscite e cercavo posti interessanti dove andare. Ogni venerdì o sabato avevamo quasi sempre un programma.
Una sera teatro, poi cena al ristorante.
Un’altra volta una mostra.
Un fine settimana un concerto.
Una domenica prendemmo l’auto, uscimmo dalla città, passeggiammo per qualche ora e poi pranzammo in un ristorante immerso nel verde.
Non sono una persona avara e in quel momento non stavo certo contando ogni rublo. Però, ripensandoci oggi, quei due mesi mi sono costati parecchio.
Il fatto curioso è che allora non mi pesava affatto.
Credevo che stessimo costruendo qualcosa.
Tatyana sembrava apprezzare moltissimo le nostre uscite. Durante le passeggiate mi prendeva spesso sottobraccio e mi diceva sorridendo:
«Grisha, con te non ci si annoia mai. Sei davvero un uomo galante.»
Non posso negarlo: sentirlo mi faceva piacere.
Più il tempo passava, più mi convincevo che la relazione stesse procedendo nella direzione giusta.
Solo in seguito ho cominciato a mettere insieme alcuni particolari ai quali, inizialmente, non avevo dato importanza.
Il primo era semplice: in due mesi non mi invitò mai a casa sua.
Nemmeno una volta.
Non intendo dire che pretendessi qualcosa. Sarebbe bastato anche un tè, un caffè o una cena preparata insieme.
Ogni volta, però, compariva una nuova spiegazione.
«Oggi ho la casa sottosopra.»
Oppure:
«Stanotte resta da me mia nipote.»
O ancora:
«Sono distrutta dal lavoro, meglio incontrarci fuori.»
All’inizio pensai che fosse prudenza.
Dopotutto era rimasta sola per molto tempo e forse non si sentiva ancora pronta a far entrare un uomo nella propria casa. Non volevo metterle pressione e decisi di aspettare.
C’era però anche un’altra cosa che mi confondeva.
Tatyana parlava spesso della nostra età, ma sembrava considerarla in maniera diversa a seconda della situazione.
Quando si trattava di viaggiare, divertirsi, passare una giornata intera fuori o provare un nuovo ristorante, improvvisamente aveva un’energia incredibile.
Fu addirittura lei a suggerire:
«Perché non andiamo un fine settimana a Kazan? Potremmo visitare la città e magari andare anche al parco acquatico.»
Ma non appena la conversazione sfiorava il tema dell’intimità o della vicinanza fisica, sembrava trasformarsi.
In quei momenti, cinquantasei anni diventavano improvvisamente un’età venerabile.
Ricordo bene una sera al cinema.
Eravamo seduti nelle ultime file e il film era talmente noioso che continuavo a controllare l’orologio. A un certo punto appoggiai semplicemente una mano sul suo ginocchio.
Non cercai di fare altro. Era solo un gesto affettuoso.
Tatyana prese la mia mano e la spostò immediatamente.
«Grisha, potrebbero guardarci.»
Mi guardai intorno.
«Tanya, siamo quasi al buio e non c’è praticamente nessuno qui vicino.»
Lei scosse la testa.
«Non importa. È poco decoroso. Non siamo più adolescenti.»
Non insistetti.
Pensai che fosse soltanto molto riservata e che avesse ricevuto un’educazione particolarmente severa.
Eppure qualcosa dentro di me cominciò a non tornare.
In fondo aveva ragione su una cosa: non eravamo adolescenti.
Proprio per questo non capivo perché due adulti prossimi ai sessant’anni dovessero comportarsi come studenti impauriti al loro primo appuntamento.
Non pretendevo nulla, ma neppure desideravo trascorrere sei mesi limitandomi a tenerle il cappotto e accompagnarla al ristorante.
Un altro argomento ricorrente erano i suoi problemi di salute.
A questa età è normale avere qualche acciacco. Anch’io ogni tanto ho mal di schiena, conosco persone che prendono farmaci per la pressione e nessuno può fingere di avere ancora vent’anni.
Con Tatyana, però, ogni disturbo sembrava diventare un tema centrale.
Poteva dedicare gran parte di una cena a raccontarmi del dolore lombare, delle analisi del sangue, dei valori del colesterolo o di quale medicina avesse meno effetti collaterali.
Io ascoltavo e cercavo di esserle vicino.
Una volta le dissi perfino che, se voleva, potevo aiutarla a trovare uno specialista.
Poi, quasi per caso, le raccontai che due volte alla settimana andavo in piscina per mantenermi in forma.
Lei fece una smorfia.
«Ma perché devi affaticarti tanto? Alla nostra età bisogna stare attenti al cuore. Sarebbe molto meglio riposare sul divano e leggere qualcosa.»
Quella frase mi rimase impressa.
Io sul divano non voglio trascorrere il resto della mia vita.
Finché posso muovermi, viaggiare, nuotare e interessarmi al mondo, intendo farlo.
La situazione arrivò al punto decisivo proprio ieri.
Dopo due mesi di incontri avevo ormai bisogno di capire cosa fossimo davvero.
Quella sera andammo in un ottimo ristorante georgiano. Mangiammo khinkali, ordinammo una bottiglia di buon vino e passammo un paio d’ore molto piacevoli.
Tatyana era allegra, rideva e mi raccontava aneddoti sul lavoro.
La guardavo e pensavo:
“Ma perché continuo ad avere tutti questi dubbi? È una donna piacevole, stiamo bene insieme. Forse devo semplicemente fare un passo in avanti.”
Quando uscimmo pioveva leggermente.
Salimmo in macchina. Nell’abitacolo faceva caldo, alla radio c’era musica tranquilla.
A un certo punto presi la sua mano.
Questa volta non la tolse.
Così le dissi:
«Tanya, perché non veniamo da me? Possiamo bere qualcosa, ascoltare un po’ di musica e stare tranquilli.»
Il suo volto cambiò nel giro di pochi secondi.
Il sorriso scomparve.
Si irrigidì e mi guardò come se avessi appena fatto una proposta assurda.
«Grisha, che cosa vorresti dire esattamente?»
Risposi senza fare giochi di parole.
«Esattamente quello che ho detto. Mi piaci. Siamo entrambi liberi e ci frequentiamo da due mesi. Mi sembra naturale che prima o poi possiamo diventare più intimi.»
A quel punto partì un discorso che non dimenticherò facilmente.
Tatyana assunse un tono quasi da insegnante che sta rimproverando uno studente.
«Ma ti rendi conto? Quelle cose hanno senso quando si è giovani o quando bisogna avere figli. Alla nostra età sono ridicole. Che bisogno ne abbiamo? Guardaci. Io non ho più il corpo di una ragazza, tu non hai quello di un ventenne. Sarebbe perfino spiacevole vederci senza vestiti. A questa età bisogna cercare comprensione, amicizia, sostegno, interessi comuni. Non pensare continuamente a certe cose come fanno gli uomini primitivi.»
Per qualche secondo rimasi senza parole.
Dopo otto settimane di appuntamenti ero improvvisamente diventato una specie di maniaco soltanto perché trovavo desiderabile la donna che stavo frequentando.
Cercai comunque di rispondere con calma.
«Tanya, io non mi considero affatto un vecchio. Faccio sport, sto bene e, sinceramente, anche tu sei una bella donna. Perché parli come se a cinquantasei anni dovessimo già prepararci alla fine? Chi ha deciso che l’attrazione e l’intimità siano riservate esclusivamente ai giovani?»
Lei si innervosì ancora di più.
«Perché è così che dovrebbe essere! Una donna seria della mia età pensa ai nipoti, alla famiglia, alla casa. Non va a letto con uomini quasi sconosciuti. Mi vergognerei perfino davanti ai miei figli se sapessero che frequento qualcuno per quel motivo.»
Quelle parole fecero saltare anche la mia pazienza.
Le dissi ciò che mi tenevo dentro da settimane.
«Allora forse non stavi cercando davvero un compagno. Per due mesi hai accettato senza problemi cene, biglietti, viaggi in macchina, fiori e ristoranti. In quei momenti il fatto che io fossi un uomo interessato a te non ti infastidiva affatto. Quello faceva parte della tua idea di relazione spirituale. Appena però ho parlato di una normale vicinanza tra due adulti, improvvisamente sono diventato disgustoso.»
Tatyana diventò rossa in volto.
Non credo per imbarazzo.
Era furiosa.
«Adesso mi rinfacci perfino ciò che ho mangiato? Credevo fossi un uomo generoso, invece sei solo meschino! Quindi tutto quello che facevi serviva a comprarmi? Pensavi che, siccome pagavi una cena, io dovessi poi finire nel tuo letto?»
«Non mettere nella mia bocca cose che non ho detto», risposi. «Non ho mai pensato di comprarti. Ti ho corteggiata perché mi piacevi e pensavo che stessimo costruendo una relazione. Ma una relazione normalmente evolve. Se invece volevi soltanto un accompagnatore con macchina, tempo libero e disponibilità economica, avresti potuto dirlo dall’inizio.»
Non rispose.
Aprì la portiera e scese dalla macchina quasi di scatto.
La chiuse con una tale forza che per un istante temetti che il vetro potesse rompersi.
Non scesi per seguirla.
Non aveva più senso discutere.
La guardai allontanarsi verso l’ingresso del suo palazzo e, stranamente, ero più arrabbiato con me stesso che con lei.
Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare esclusivamente compagnia o amicizia.
Non c’è nulla di sbagliato neppure nel non volere più rapporti intimi.
Ognuno decide per sé.
Il problema, secondo me, è essere chiari.
Io amo parlare, leggere, viaggiare e trascorrere serate tranquille. Non penso certo che una relazione debba basarsi soltanto sul sesso.
Ma sono anche un uomo vivo.
Finché provo attrazione, desiderio e ho ancora energia, non vedo perché dovrei comportarmi come se quella parte dell’esistenza fosse terminata soltanto perché ho superato i cinquant’anni.
Quella stessa sera, ancora seduto in macchina, cancellai il numero di Tatyana.
Poco dopo eliminai anche il mio profilo dal sito di incontri.
Per il momento preferisco prendermi una pausa.
Quell’esperienza mi ha però insegnato qualcosa.
Se un giorno tornerò a conoscere una donna, cercherò di capire molto prima quale sia la sua idea di relazione.
Non intendo fare domande indiscrete dopo cinque minuti, naturalmente. Ma non voglio neppure trascorrere altri due mesi a immaginare un futuro con qualcuno per poi scoprire che abbiamo due concezioni totalmente incompatibili della vita di coppia.
Se sentirò discorsi del tipo “ormai siamo vecchi”, “alla nostra età bisogna pensare solo ai nipoti” oppure “certe cose non fanno più per noi”, capirò semplicemente che quella persona non è adatta a me.
Niente accuse, niente discussioni.
Chiederò il conto, proporrò di dividerlo e ci saluteremo serenamente.
Continuo però a chiedermi una cosa.
Secondo voi ho sbagliato davvero?
Dopo due mesi di frequentazione, proporre a una donna adulta e libera di trascorrere una serata più intima insieme è qualcosa di offensivo?
Oppure il vero problema è che io e Tatyana cercavamo due tipi di relazione completamente diversi senza averlo mai chiarito?
E soprattutto: se una persona è convinta che dopo i cinquant’anni una relazione debba essere soltanto compagnia, conversazione e sostegno reciproco, perché non dirlo chiaramente già nel proprio profilo su un sito di incontri?