«Siete riusciti ad arrivare fin qui. Riuscirete anche a tornare indietro», disse Albina, lasciando il cancello chiuso davanti ai parenti.
Per comprare quella casa, Albina aveva rinunciato a molte cose.
Non c’erano state eredità provvidenziali né regali generosi. C’erano stati anni di risparmi, vacanze rimandate e cappotti indossati per una stagione di troppo. Ogni mese metteva da parte quello che poteva, custodendo un desiderio del quale parlava raramente: avere un piccolo posto fuori città, dove il silenzio non fosse un lusso.
Quando l’agente immobiliare le aveva mostrato quel terreno, aveva capito quasi subito. La casa era modesta ma ben tenuta. Lungo la recinzione crescevano alcuni meli; accanto al cancello c’erano cespugli di ribes. La veranda riceveva il sole del mattino.
Albina si era fermata proprio lì, immaginandosi con una tazza di tè tra le mani. Nessun televisore attraverso la parete, nessuna musica proveniente dal piano di sopra. Soltanto gli alberi.
Aveva comprato la dacia e all’inizio di maggio vi si era trasferita. L’appartamento in città lo aveva affittato a una coppia discreta e puntuale nei pagamenti. Con quella piccola entrata riusciva a sostenere le spese quotidiane, comprare le piantine e occuparsi della casa senza troppe preoccupazioni.
Le prime settimane erano state esattamente come le aveva sognate.
Si alzava presto, apriva la porta sulla frescura del giardino e faceva colazione sulla veranda. Poi si dedicava all’orto: pomodori, cetrioli, fragole. Nel pomeriggio leggeva i romanzi che per anni aveva continuato a spostare da uno scaffale all’altro, promettendosi di trovare prima o poi il tempo.
Dall’altra parte della recinzione abitava Valentina Stepanovna, una donna che sapeva conversare senza trasformare ogni incontro in una visita interminabile. Si scambiavano un saluto, qualche consiglio sulle piante e, ogni tanto, un cestino di quello che l’orto offriva.
Ad Albina bastava così.
A metà estate, sua sorella Raisa venne a sapere dell’acquisto.
Forse glielo aveva raccontato una conoscente. Forse Albina stessa aveva accennato alla casa durante una telefonata. Non riuscì più a ricordarlo. Ricordava invece benissimo il tono di sua sorella.
«Una dacia? Hai comprato una dacia e non ci hai detto niente?»
«L’ho comprata da poco.»
«Ma guarda…»
Seguì una pausa che ad Albina non piacque affatto.
Una settimana dopo chiamò sua nipote Oksana.
«Zia Alya, potremmo venire da te questo fine settimana? I bambini hanno bisogno di stare all’aperto. In città non ne possono più.»
Albina esitò. Aveva già immaginato due giorni tranquilli, qualche lavoro nell’orto e un libro da finire. Ma rifiutare una nipote che parlava dei propri figli le sembrò una cattiveria.
«Va bene. Venite.»
Appena chiusa la telefonata, sentì di avere acconsentito troppo in fretta.
Oksana arrivò con il marito Gennady e i loro due bambini. Lui riempì la casa con la propria voce ancora prima di togliersi le scarpe. Entrò in cucina, aprì il frigorifero e ne osservò il contenuto con la disinvoltura di chi si trova a casa propria.
«Allora, cosa si mangia?»
I bambini, intanto, correvano tra le aiuole.
Albina spiegò dove potevano giocare e chiese di non attraversare l’orto. Non servì. Il maschietto schiacciò diverse piante di fragole; la sorellina raccolse cetrioli ancora minuscoli, ne assaggiò un paio e abbandonò gli altri sotto un albero.
Quando gli ospiti ripartirono, sul divano erano rimaste briciole, sul tavolo cerchi umidi lasciati dai bicchieri e sulla veranda una fila di impronte. Il gancio del capanno pendeva storto.
Albina sistemò tutto senza telefonare a nessuno.
Un fine settimana movimentato poteva capitare. I bambini dovevano ancora imparare. Gli adulti, forse, non si erano accorti dei danni.
Due settimane dopo si fece viva la cugina Lyudmila. Voleva trascorrere qualche giorno fuori città con il marito e l’anziana madre, alla quale un po’ di campagna avrebbe certamente giovato.
Albina disse di sì anche quella volta.
Il marito di Lyudmila si installò accanto al barbecue e consumò senza esitazione la legna che lei aveva accatastato con cura. L’anziana signora occupò la poltrona più comoda e prese a chiamarla per ogni necessità.
«Albina, mi porteresti il tè?»
«Avresti un cuscino?»
«Qui c’è corrente. Chiudi la finestra.»
Poco dopo, però, aveva caldo e bisognava riaprirla.
Lyudmila sparecchiava due piatti quando c’era qualcuno a guardarla, poi si sedeva con il telefono in mano.
Alla partenza lasciarono un sacco di rifiuti sulla veranda e un asciugamano fradicio accartocciato nel bagno.
Dopo arrivarono Pavel, un altro parente, sua moglie e il loro figlio ormai adulto. Anche quel soggiorno lasciò ad Albina un frigorifero vuoto e una casa da rimettere in ordine.
A quel punto chiamò Raisa.
«Sei tu che stai mandando tutti qui?»
«Ho detto che hai una casa in campagna. Che male c’è?»
«C’è che vengono, consumano tutto, rompono le cose e poi se ne vanno.»
Raisa sbuffò.
«Stai esagerando.»
«Hanno calpestato le fragole, rotto il gancio del capanno. La legna è quasi finita.»
«Un gancio si ricompra. Le fragole ricrescono. Ti metti davvero a fare questi conti con i tuoi parenti?»
«Non sto facendo i conti.»
«E allora qual è il problema?»
Albina cercò le parole. Spiegò che viveva lì, che desiderava riposare e occuparsi delle proprie cose. Quella casa non era una pensione dove chiunque potesse prenotarsi attraverso sua sorella.
Raisa la lasciò parlare, poi pronunciò il suo verdetto.
«Sei sempre stata egoista. Anche da piccola.»
La telefonata finì poco dopo.
Albina rimase sulla veranda fino al tramonto. Nell’aria arrivava l’odore dell’erba appena tagliata.
Pensava alle volte in cui aveva prestato denaro senza chiederne la restituzione, ai favori fatti anche quando era stanca, alle ore passate ad ascoltare preoccupazioni altrui. Aveva cercato per tutta la vita di essere disponibile. Possibile che bastasse chiedere un po’ di rispetto per cancellare tutto?
Intanto le visite continuarono.
Qualcuno avvertiva il venerdì sera. Altri telefonavano dalla strada.
«Siamo già partiti. Ci fai trovare qualcosa di buono?»
Lei apriva il cancello, preparava il pranzo, aggiungeva posti a tavola. La domenica sera lavava, raccoglieva e riparava.
Un giorno sorprese Gennady a prendere gli attrezzi dal capanno.
«Mi servono soltanto per un momento», disse lui, senza domandare il permesso neppure allora.
Restituì la pala con il manico spezzato.
«Era già debole. Te ne comprerai una migliore.»
Nessuna scusa. Nessuna proposta di sostituirla.
Un’altra volta Lyudmila lasciò sul tavolo della cucina teste e lische di pesce. Albina le trovò il mattino seguente, quando l’odore aveva ormai invaso la stanza.
Poi si ruppe un vetro della serra.
I bambini si guardarono tra loro. Gli adulti dissero di non avere visto niente. Il costo della riparazione rimase ad Albina.
Ogni episodio si aggiungeva ai precedenti. Presi da soli, sembravano piccoli inconvenienti. Insieme le stavano portando via il piacere di abitare nella casa che aveva tanto desiderato.
Provò ancora a parlarne con Raisa.
«Dovresti essere contenta», rispose sua sorella. «Le persone vengono a trovarti. C’è chi rimane solo e non riceve mai nessuno.»
«Non mi sento cercata, Raisa. Mi sento usata.»
«Allora resta da sola con il tuo orto!»
Albina non rispose subito.
Sua sorella aveva pronunciato quelle parole come una punizione. A lei, invece, sembravano una promessa bellissima.
Con l’arrivo dell’autunno i visitatori diminuirono. Le serate si fecero fredde, il terreno umido, il barbecue meno invitante. All’improvviso tutti avevano altri impegni.
Albina tornò a respirare.
Fece sostituire il vetro della serra, sistemò il capanno e comprò una pala nuova. Ritrovò il tempo per lavorare senza fretta e per sedersi senza che qualcuno la chiamasse dalla cucina.
Valentina Stepanovna, che aveva assistito a quel continuo andirivieni, una sera scosse la testa.
«Li hai abituati troppo bene.»
«Lo so.»
«E perché continui?»
Albina accarezzò il bordo della tazza.
«Perché quando devo dire di no mi sembra di fare qualcosa di sbagliato.»
La vicina non rise e non le fece la predica. Le versò altro tè.
Trascorsero un po’ di tempo in silenzio, comodamente, senza che nessuna delle due pretendesse qualcosa dall’altra.
Durante l’inverno nessun parente trovò ragioni sufficienti per affrontare il viaggio.
Albina accendeva la stufa, leggeva, lavorava a maglia e camminava lungo i sentieri innevati. La casa aveva finalmente il ritmo che aveva immaginato al momento dell’acquisto.
E lei ebbe il tempo di riflettere.
Era cresciuta sentendosi ripetere che ai parenti non si rifiuta nulla, che bisogna condividere e avere pazienza. Aveva imparato così bene quelle regole da applicarle anche quando tutti gli altri sembravano essersene dimenticati.
Nessuno aveva avuto pazienza con lei quando aveva provato a protestare. Nessuno aveva condiviso il costo dei danni. Nessuno si era chiesto se fosse stanca.
Ripensò al manico della pala, ai rifiuti sulla veranda, alle fragole schiacciate.
Quello che le faceva più male non erano gli oggetti. Era la naturalezza con cui tutto veniva lasciato sulle sue spalle.
Per i suoi parenti quella dacia era diventata una casa di villeggiatura a disposizione della famiglia. E Albina era la persona incaricata di farla funzionare.
Quando arrivò la primavera, aveva preso una decisione.
Non preparò discorsi aggressivi. Non compilò un elenco da leggere al telefono. Stabilì soltanto una regola: sarebbe entrato chi lei desiderava invitare.
La prima chiamata arrivò durante un fine settimana caldo di maggio.
«Zia Alya, tra due ore siamo da te!» annunciò Oksana. «I bambini non vedono l’ora.»
«Oggi non ricevo ospiti.»
Dall’altra parte seguì un silenzio.
«Come sarebbe?»
«Non venite. Ho altri programmi.»
«Ma ci stiamo preparando.»
«Allora è bene che te l’abbia detto in tempo.»
Poco dopo chiamò Raisa.
Parlò dei bambini, dell’importanza della famiglia, della delusione di Oksana. Disse che Albina stava diventando fredda e irriconoscibile.
Lei ascoltò fino in fondo.
«Questa è casa mia, Raisa. Le visite si concordano con me.»
«Sono tua nipote e i suoi figli!»
«E possono rispettarmi come farebbero con qualsiasi altra persona.»
Raisa riattaccò offesa.
Il fine settimana successivo telefonò Lyudmila, annunciando che erano già in viaggio.
Albina le spiegò che non li aspettava e che avrebbero dovuto cambiare destinazione.
Anche Lyudmila si risentì. Albina, dopo avere chiuso la telefonata, tornò a quello che stava facendo. Si accorse con stupore che il mondo non era crollato.
Poi arrivò quella mattina di giugno.
Il sole scaldava la terra e una brezza leggera muoveva le foglie dei meli. Albina stava sistemando le piantine di pomodoro, con il grembiule vecchio annodato in vita e i capelli raccolti sotto un foulard.
Aveva le mani sporche e si sentiva bene.
Poco prima di mezzogiorno udì un motore rallentare davanti alla proprietà. Alzò lo sguardo e riconobbe l’automobile di Gennady.
Lui suonò il clacson.
Albina rimase dov’era.
Dalla macchina scesero Oksana e i bambini. Sui sedili posteriori si muovevano altre persone.
Gennady raggiunse il cancello e tirò la maniglia. Era chiuso a chiave.
«Zia Alya! Siamo qui!»
Albina si sfilò un guanto, poi l’altro. Li posò accanto all’aiuola e percorse lentamente il sentiero.
Si fermò dietro il cancello.
«Buongiorno.»
«Apri, dai», disse Gennady sorridendo. «Ti abbiamo fatto una sorpresa.»
«Non vi aspettavo.»
«Appunto. Una sorpresa!»
«Oggi non entrate.»
Il sorriso gli scomparve dal volto.
Oksana si avvicinò subito.
«Zia, abbiamo guidato per più di un’ora. I bambini sono stanchi.»
«Avreste dovuto chiamare prima di partire.»
«Siamo venuti a trovarti. Siamo parenti!»
«E io vi avevo già spiegato che non accetto visite senza accordarci.»
Nel frattempo scesero anche Pavel e sua moglie Nina. Si fermarono poco lontano dalla macchina, evitando lo sguardo di Albina.
Pavel tentò una mediazione.
«Ormai siamo qui. Ci fai bere un tè e poi ce ne andiamo. Non vale la pena discutere.»
«Il tè possiamo prenderlo un’altra volta, quando vi avrò invitati.»
Gennady allargò le braccia.
«Ma senti che roba! Una casa intera per una persona sola e non c’è posto per la famiglia! Ci sono anche dei bambini!»
Albina lo guardò. Un tempo quel tono l’avrebbe messa in agitazione. Avrebbe aperto per evitare una scena, rimandando il proprio malessere a dopo.
Quella mattina non cercò la chiave.
«Gena, qui vivo io. Questa casa l’ho comprata per stare tranquilla. L’estate scorsa avete usato le mie cose senza chiedere, danneggiato l’orto e lasciato a me il compito di sistemare tutto.»
Lui fece un gesto impaziente.
«Ancora quella pala? Tutto questo per una pala?»
«Non mi hai nemmeno chiesto scusa.»
«Era un attrezzo vecchio!»
«Era mio. Come sono miei il giardino e il tempo che passo a curarlo.»
Nina abbassò gli occhi. Pavel si voltò verso la strada.
«Vi ho lasciato fare troppo a lungo», continuò Albina. «Adesso decido io quando ricevere qualcuno.»
Oksana strinse le labbra.
«E cosa dovremmo fare? Tornarcene a casa? Avevamo organizzato la giornata. I bambini ci contavano.»
Albina guardò i piccoli, che ormai avevano smesso di agitarsi. Le dispiaceva per loro. Non avevano scelto di partire e non capivano perché gli adulti stessero discutendo davanti a un cancello.
Ma proprio quel dispiacere, tante volte, era bastato a farle accettare qualsiasi cosa.
Non poteva continuare così.
«Siete riusciti ad arrivare fin qui», rispose. «Riuscirete anche a tornare indietro.»
Lo disse senza alzare la voce.
Gennady borbottò qualcosa e si avviò verso la macchina. Pavel e Nina lo seguirono senza intervenire.
Oksana rimase ancora qualche istante davanti ad Albina. Sul suo viso si mescolavano offesa e incredulità. Sembrava aspettarsi che, all’ultimo momento, la zia cedesse come aveva sempre fatto.
Albina rimase ferma.
Alla fine Oksana si voltò, richiamò i bambini e li accompagnò all’auto.