«Vivo da sola, in una campagna sperduta e povera: senza marito, senza figli, senza una vera famiglia. Ho consumato la vita nei campi, con le mani spaccate dalla fatica e i giorni tutti uguali, fatti di rinunce: risparmiare su ogni cosa, contare le monete una a una, andare avanti anche quando sembrava non esserci più forza.
Una notte, molti anni fa, il cielo sembrò crollare. Pioveva così forte che la strada era diventata un torrente di fango. Tornavo dal tempio quando lo notai: un piccolo fagotto abbandonato davanti al portale, minuscolo, tremante, con la pelle ancora arrossata come se fosse nato da poco. Un neonato, avvolto in un asciugamano troppo sottile, fradicio e appiccicato al corpo. Attorno non c’era anima viva. Solo la tempesta… e quel pianto spezzato.
Quando la voce si diffuse nel villaggio, la gente fece spallucce. «Non ci riguarda.» «Abbiamo già abbastanza guai.» Nessuno volle prendersene la responsabilità. Io guardai quel bambino e capii una cosa sola: se lo lasciavo lì, non avrebbe visto un’altra alba.
Lo presi tra le braccia.
Lo chiamai Minh, perché nella mia lingua quel nome parla di luce e intelligenza, come una speranza ostinata. Crescere un figlio che non è del tuo sangue è difficile; farlo nella miseria lo è due volte. Per mandarlo a scuola iniziai a chiedere soldi in prestito ovunque: vicini, parenti lontani, persino alla banca. Ci furono mesi in cui io campavo di pappa di riso pur di comprargli il latte, un quaderno nuovo, una divisa dignitosa. Volevo che non si sentisse “diverso” dagli altri.
Minh crebbe con occhi attenti e un carattere quieto. Obbediente, riservato, sempre concentrato. Non mi chiamò mai “mamma”. Per lui ero “zia”. Non l’ho mai forzato: mi bastava che studiasse, che diventasse un uomo corretto, che non si portasse dentro la rabbia che spesso nasce dall’abbandono.
Quando arrivò il momento dell’università e superò l’esame di ammissione, io feci l’ultima pazzia. Svuotai quel poco che avevo messo da parte e ipotecai la vecchia casa per ottenere un altro prestito. Ricordo la sua faccia quella sera: lo sguardo basso, le mani serrate, come se avesse paura di spezzarmi.
«Ce la farò, zia,» disse con una voce sottile. «Qualsiasi cosa. Aspettami… tornerò.»
Ma non tornò.
Passò un anno, poi due. Poi quattro, poi cinque. Nessuna telefonata. Nessuna lettera. Chiesi in giro, andai al suo liceo, cercai i compagni di corso. Era come se Minh fosse svanito. Numero disattivato, indirizzi cambiati, contatti spariti. Rimasi con i debiti… e con un silenzio che mi entrava nelle ossa.
Eppure continuai. Non per orgoglio: per necessità. Portavo cesti di verdure al mercato prima dell’alba, facevo qualsiasi lavoretto mi capitasse, raccoglievo perfino rifiuti di notte, pur di restituire lentamente ogni somma presa in prestito. Ogni rata era una pietra tolta dal petto. Ogni moneta, un passo per non essere schiacciata.
Tredici anni dopo il primo debito, tornai in banca. Avevo la schiena curva, la vista stanca e un fascio di documenti consumati tra le dita. Mi presentai allo sportello e dissi, con un filo di voce:
«Sono venuta a saldare l’ultima parte. Pagherò tutto ciò che resta.»
L’impiegata batté sui tasti a lungo, scorrendo lo schermo. Poi si fermò. Mi guardò come se ci fosse un errore.
«Aspetti…» mormorò. «Questo prestito risulta già chiuso.»
Mi mancò l’aria. «Come… chi l’ha pagato?»
Lei inclinò la testa, lesse una riga sul monitor e il suo viso cambiò. Poi pronunciò lentamente:
«C’è una nota: “Rimborso a nome di mia zia — l’unica persona che mi abbia voluto bene senza chiedere nulla.”»
Fece una pausa e aggiunse: «Mittente: Tran Minh. Due anni fa.»
Le gambe mi cedettero. Mi aggrappai al bancone per non cadere. In un attimo non vidi più la banca, né la gente, né le pareti: vidi solo quel fagottino fradicio davanti al tempio e le mie braccia che lo stringevano al petto.
Minh non mi aveva cancellata.
Aveva ripagato tutto.
In silenzio. Proprio come era scomparso.
Le lacrime mi scesero davanti a tutti, senza vergogna. Non erano lacrime di rabbia. Erano lacrime di comprensione, tardiva ma limpida: forse quell’orfano non se n’era andato per abbandonarmi… forse, a modo suo, stava cercando la strada per tornare. E prima di ogni cosa aveva voluto dimostrarmi che ciò che gli avevo dato non era andato perso: non i soldi — quelli sono solo numeri — ma la prova che l’amore, anche senza sangue, può mettere radici profonde.»