«Portate via questa donna. Non la conosco.»
Moren pronunciò quelle parole davanti alle sue amiche, nel cortile dell’università. Sua madre, Adoni, rimase immobile. Il mazzo di fiori che aveva raccolto prima dell’alba le scivolò dalle mani.
Aveva viaggiato per ore per vederla ricevere la laurea. Voleva soltanto abbracciarla e dirle quanto fosse orgogliosa di lei.
Moren distolse lo sguardo. «Non datele retta», disse alle ragazze accanto a sé. «Certa gente farebbe qualsiasi cosa per farsi notare.»
Adoni si chinò a raccogliere i fiori. Poi si allontanò senza rispondere. Mentre attraversava il cortile, ripensò a tutto ciò che le aveva permesso di arrivare fino a quel giorno.
Anni prima viveva con suo marito Sei in un piccolo villaggio chiamato Azure. Erano giovani e aspettavano il loro primo figlio. Avevano poco, ma progettavano insieme il futuro. Poi Sei morì in un incidente nella foresta, lasciandola incinta e sola.
Dopo il funerale, i parenti di lui si presero la casa, il terreno e i risparmi. Adoni li supplicò di lasciarle almeno un posto dove vivere fino alla nascita del bambino. Nessuno volle ascoltarla.
Una mattina, seduta sulla riva del fiume, incontrò Baba Tundi, un anziano pescatore che aveva conosciuto sua nonna. L’uomo le porse un cesto di pesci freschi.
«Prova a venderli al mercato», le disse. «Mi pagherai quando potrai.»
Adoni non aveva mai fatto la venditrice. Quel giorno chiamò i passanti con voce incerta, sopportò qualche risata e tornò a casa con abbastanza denaro per mangiare. La mattina seguente si presentò di nuovo da Baba Tundi. Da allora vendette il suo pesce ogni giorno.
Quando nacque la bambina, la chiamò Moren. Crebbero in una baracca modesta. Adoni rattoppava i propri vestiti e metteva da parte ogni moneta possibile per la scuola della figlia. Se una spesa imprevista rendeva difficile pagare la retta, lavorava più a lungo. Vedere Moren imparare le dava la forza di continuare.
La ragazza era brillante. Superò gli esami con ottimi voti e ottenne una borsa di studio per un’università in città. Adoni lesse la lettera più volte, quasi non riuscisse a crederci.
Il giorno della partenza la strinse forte.
«Studia, conosci il mondo. E ricordati che qui avrai sempre una casa.»
«Certo, mamma», rispose Moren.
All’inizio si sentivano ogni fine settimana. Moren raccontava dei corsi, degli edifici immensi e delle persone che incontrava. Poi cominciò a parlare delle compagne che avevano famiglie ricche. Le telefonate diventarono più brevi. Durante le vacanze trovò motivi per restare in città, e Adoni smise di chiederle quando sarebbe tornata.
Quattro anni dopo, Moren le annunciò la data della laurea.
«Ci sarà molta gente, mamma. Anche delle telecamere», aggiunse dopo un silenzio. «Forse per te sarebbe meglio restare a casa.»
Adoni capì che sua figlia preferiva non averla lì. Eppure desiderava vederla almeno una volta con la toga addosso. Vendette più pesce nei giorni successivi, prese in prestito il denaro che le mancava per il viaggio e preparò il suo vestito migliore.
Nel cortile dell’università riconobbe Moren quasi subito. Era circondata dalle amiche, elegante e sorridente. Adoni le andò incontro chiamandola per nome.
Fu allora che Moren la rinnegò.
Adoni tornò al villaggio con il mazzo di fiori sulle ginocchia. Lo mise in un vaso d’acqua, pur sapendo che i petali avevano già cominciato ad appassire. Per molto tempo, ogni volta che ripensava a quel giorno, sentiva di nuovo le risate delle ragazze e vedeva sua figlia voltarsi dall’altra parte.
Moren, intanto, non dimenticò l’espressione di sua madre. Aveva creduto che, una volta lasciata l’università, l’imbarazzo sarebbe passato. Invece cominciò a vergognarsi delle proprie parole. Non chiamò subito: temeva di sentire la voce di Adoni e di doverle spiegare perché era stata tanto crudele.
Lasciò trascorrere i mesi. Trovò lavoro, cambiò casa, si costruì la vita che aveva desiderato. Il rimorso, però, la seguì ovunque. Due anni dopo la laurea prese finalmente un autobus per Azure.
Trovò sua madre davanti alla baracca, intenta a sistemare le reti che Baba Tundi le aveva lasciato. Adoni alzò gli occhi e si fermò.
«Non sono venuta a chiederti di dimenticare», disse Moren. «Ti ho ferita davanti a tutti perché mi vergognavo di essere cresciuta povera. La verità è che senza di te non avrei avuto nemmeno la possibilità di studiare. Mi dispiace, mamma.»
Adoni posò la rete. Aveva aspettato a lungo quelle parole, ma sentirle non cancellò il dolore.
«Mi sei mancata», rispose. «E quello che hai detto mi ha fatto male. Se vuoi tornare nella mia vita, dovremo imparare a parlarci di nuovo.»
Moren annuì. Si sedettero insieme e rimasero a parlare fino a sera: dell’università, del mercato, degli anni in cui ciascuna aveva taciuto ciò che provava. Non risolsero tutto in un giorno. Moren, però, continuò a tornare, e Adoni cominciò poco alla volta a fidarsi di lei.
Un pomeriggio, mentre aiutava sua madre a portare un cesto di pesce al mercato, Moren incontrò una vecchia compagna di scuola. Le presentò Adoni senza esitare.
«Questa è mia madre», disse. «È grazie a lei se mi sono laureata.»