«Dal prossimo stipendio, ognuno penserà alle proprie spese. Sono stanco di mantenerti.»
Dmitry lo disse continuando a guardare il piatto, come se stesse commentando la temperatura della cena. Non alzò nemmeno gli occhi verso sua moglie.
Anya rimase immobile. Il cucchiaio le scivolò dalle dita e batté contro il bordo del piatto.
«Come hai detto?»
Lui sospirò, infastidito dalla necessità di ripetersi.
«Mi hai sentito. Mutuo, bollette, spesa: tutto a metà. Credo sia arrivato il momento che tu ti assuma le tue responsabilità.»
Per alcuni secondi Anya sentì soltanto il ronzio del frigorifero.
Mantenerti.
Suo padre usava quella parola con sua madre. Bastava una piccola spesa imprevista perché cominciasse a ricordarle chi portava a casa lo stipendio. Anya era cresciuta promettendosi che nessuno le avrebbe mai parlato così.
E adesso era seduta nella propria cucina, di fronte all’uomo che amava, incapace di rispondere.
«Io lavoro, Dima.»
«Non ho detto il contrario.»
«È quello che stai facendo intendere.»
Finalmente lui sollevò lo sguardo.
«Guadagni una frazione di quello che guadagno io, ma viviamo nella stessa casa e usiamo le stesse cose. Ti sembra giusto?»
Anya cercò le parole. Avrebbe potuto ricordargli le sere trascorse a occuparsi di tutto mentre lui lavorava, i clienti rifiutati per seguire la ristrutturazione, il tempo che dedicava alla casa. Avrebbe potuto parlargli del suo lavoro, che non produceva uno stipendio fisso ma richiedeva comunque fatica, capacità e ore.
Dmitry, però, si era già alzato.
Posò il piatto nel lavandino ed entrò nello studio. La porta si chiuse prima che lei riuscisse a formulare una risposta.
Anya rimase davanti alla cena ormai fredda.
Fino a quella sera aveva creduto di vivere qualche passo indietro rispetto a suo marito, forse, ma pur sempre al suo fianco. Ora scopriva che lui la considerava un carico da trascinare.
***
Il mattino seguente trovò un foglio stampato accanto alla caffettiera.
Dmitry aveva suddiviso le spese in colonne precise: rata del mutuo, utenze, alimentari, prodotti per la casa, carburante.
In fondo, due quote identiche.
«Ho calcolato una media degli ultimi sei mesi», spiegò, sistemandosi il polsino della camicia. «Così evitiamo discussioni.»
Anya osservò la cifra che avrebbe dovuto versare.
«Tu guadagni quasi cinque volte più di me.»
«Questo non cambia quanto costa vivere qui.»
Lo disse con il tono paziente di chi ritiene di aver chiarito un concetto elementare.
Lei annuì lentamente.
«Va bene.»
Dmitry sembrò sorpreso dalla facilità con cui aveva accettato. Forse si aspettava lacrime, proteste, una supplica. Anya piegò il foglio e lo mise accanto al computer.
Quel pomeriggio chiuse la cartella del libro illustrato a cui lavorava da mesi.
Dentro c’erano un piccolo topo appassionato di astronomia, tetti bagnati dalla pioggia e notti piene di stelle. Un progetto senza committenti e senza garanzie. Con le nuove spese da sostenere, non poteva più dedicarvi le sue serate.
Scrisse a due clienti e accettò lavori urgenti che aveva rimandato per settimane.
A mezzanotte era ancora davanti allo schermo.
Dallo studio arrivava il rumore della tastiera di Dmitry. Per la prima volta, quel suono non le dava la sensazione di condividere con lui la stessa giornata.
Sembravano due persone al lavoro in uffici confinanti.
***
Le settimane successive furono scandite dagli scontrini.
«Questi yogurt li mangi soltanto tu.»
«Il parcheggio va diviso oppure lo consideriamo una tua spesa?»
«Ti ho mandato la mia parte della bolletta.»
Ogni piccola abitudine richiedeva una decisione. Persino comprare il pane diventò un’occasione per stabilire a chi spettasse pagare.
All’inizio Anya si sentì umiliata. Poi arrivò la stanchezza. Infine, quando smise di aspettarsi che Dmitry cambiasse idea, cominciò a organizzarsi.
Riprese in mano i contatti professionali trascurati. Aggiornò il portfolio. Scrisse a un vecchio cliente che stava ampliando il proprio negozio online e gli propose una collaborazione continuativa.
Prima di inviare il preventivo rimase a lungo con il cursore sul pulsante.
Aveva chiesto quasi il doppio delle sue vecchie tariffe.
Stava per abbassare la cifra, come faceva sempre, quando rilesse la descrizione del lavoro. Sapeva farlo bene. Conosceva il settore. Aveva già risolto problemi simili.
Premette invio.
Il cliente accettò il giorno dopo.
Quella sera Anya dormì senza svegliarsi a controllare il saldo sul telefono.
Con il primo compenso comprò un paio di stivali comodi, di buona qualità. Non cercò una giustificazione da offrire a Dmitry. Non nascose la scatola e non gli spiegò quanto avesse risparmiato.
Li aveva scelti e poteva permetterseli.
Era una sensazione semplice, eppure le sembrò nuova.
***
Dmitry si accorse presto che qualcosa stava cambiando.
Anya rispettava l’accordo con una precisione che avrebbe dovuto soddisfarlo. Versava la propria quota puntualmente, conservava le ricevute, non gli chiedeva denaro.
Eppure lui era sempre più irritato.
La trovava spesso occupata. Aveva appuntamenti con i clienti, telefonate con le amiche, scadenze che non conosceva. Quando lui entrava in una stanza, lei non interrompeva più automaticamente ciò che stava facendo.
Anche la casa funzionava in modo diverso.
Anya cucinava per entrambi quando si erano accordati. Negli altri giorni preparava qualcosa per sé. Aveva smesso di raccogliere i vestiti di lui lasciati sulle sedie e di ricordargli gli impegni familiari.
Una sera Dmitry aprì il frigorifero.
«Non c’è niente per cena?»
«C’è quello che hai comprato ieri», rispose lei dal soggiorno.
«Pensavo avessi cucinato.»
«Ho lavorato fino adesso.»
Lui stava per obiettare che anche lui aveva lavorato. Si fermò con la mano ancora sulla porta del frigorifero.
Era esattamente ciò che lei avrebbe potuto rispondergli per anni.
***
Una sera la trovò sul divano, con il portatile sulle ginocchia.
Sullo schermo vide un minuscolo topo arrampicato su una grondaia. Sopra di lui, un cielo blu attraversato da costellazioni.
«Hai ripreso quel progetto?»
«Sì.»
«Hai trovato qualcuno che ti paga?»
Anya sollevò lo sguardo. Dmitry si rese conto troppo tardi di come fosse suonata la domanda.
«Ho organizzato il lavoro in modo da avere qualche ora libera», disse lei. «Voglio finirlo.»
Lui si avvicinò.
«Posso vedere?»
Anya esitò, poi girò appena il computer.
Non gli raccontò la storia con l’entusiasmo di una volta. Non gli mostrò ogni personaggio aspettando una sua reazione. Gli lasciò guardare due tavole, poi tornò al lavoro.
Dmitry rimase in piedi accanto al divano.
Ricordava quando lei lo chiamava dalla cucina soltanto per mostrargli un disegno abbozzato sul retro di una busta. Lui, negli ultimi tempi, rispondeva spesso senza guardare.
Adesso avrebbe voluto che ricominciasse a chiamarlo.
***
Quella notte si fermò davanti alla porta della cucina.
Anya era dentro a prepararsi il tè. Sentì il cucchiaino tintinnare contro la tazza e lo sportello di un mobile richiudersi.
Avrebbe potuto entrare. Era casa sua.
Eppure non sapeva più cosa dire una volta varcata la soglia.
Ripensò agli inizi.
Quando si erano conosciuti, lei studiava design e portava sempre una matita infilata tra i capelli. Lui aveva appena ottenuto un buon impiego e parlava del futuro con una sicurezza che ad Anya sembrava rassicurante.
«Tu continua a disegnare», le diceva. «Al resto pensiamo insieme.»
Per qualche tempo era stato davvero così.
Poi erano arrivati il mutuo, i lavori nell’appartamento, le promozioni. Il suo stipendio aveva cominciato a sembrargli la misura più attendibile del loro contributo alla vita comune.
Aveva smesso di chiedere ad Anya a cosa stesse lavorando. Le chiedeva quanto le avrebbero pagato quel lavoro.
Dall’altra parte della porta, lei spense la luce.
Dmitry tornò nello studio senza aver bussato.
***
Il giorno seguente comprò formaggio di capra, una salsa al tartufo e una bottiglia di vino.
Erano cose che un tempo Anya sceglieva con piacere e che lui aveva cominciato a definire inutilmente costose.
Rientrò prima del solito. La cucina profumava di mele e cannella.
Per un istante si sentì sollevato.
«Hai fatto lo strudel.»
Anya, con i guanti da forno, appoggiò una teglia sul piano.
«Sì. Sono per una cliente. Sua sorella organizza una cena e me li ha chiesti dopo averli assaggiati da Masha.»
Lui guardò le borse che teneva in mano.
«Ho portato qualcosa. Pensavo potessimo cenare insieme.»
«Stasera esco con Masha. Te l’avevo detto domenica.»
Non lo ricordava.
Posò la spesa.
«Anya, possiamo parlare?»
«Certo.»
Lei si tolse i guanti e aspettò.
«Mi sembra che ci stiamo allontanando.»
Anya abbassò per un momento gli occhi sulla teglia.
«Ci siamo allontanati da un po’, Dima.»
«Non intendevo arrivare a questo.»
«A cosa volevi arrivare?»
La domanda era calma. Proprio per questo lui faticò a rispondere.
«Volevo che ci fosse più equilibrio. Che tu capissi quanto peso avevo addosso.»
Anya annuì appena.
«Potevi parlarmene.»
«Ci sto provando adesso.»
«Adesso mi stai dicendo che non ti piace il risultato.»
Dmitry aprì la bocca, poi la richiuse.
Lei riprese con voce più bassa:
«Se eri stanco, avremmo potuto rivedere le spese. Rinunciare a qualcosa. Dividere diversamente le responsabilità. Ma tu mi hai detto che eri stanco di mantenermi. Hai deciso che io fossi il problema e mi hai presentato il conto.»
«Ero arrabbiato.»
«Io ti ho creduto.»
Fu quella risposta a lasciarlo senza parole.
Anya cominciò a sistemare gli strudel nei contenitori.
«Ho creduto che mi vedessi davvero così. E ho cercato di capire come non dipendere più da te.»
«Non voglio che tu dipenda da me.»
Lei lo guardò.
«Allora dovresti essere contento.»
Poco dopo uscì, lasciandolo accanto alle borse della spesa.
***
Dmitry trascorse gran parte della notte nello studio.
Non aprì i documenti di lavoro. Cercò invece le vecchie fotografie.
Anya davanti al mare, con il vento nei capelli. Anya addormentata sul treno, la testa sulla sua spalla. Anya nel loro primo appartamento, seduta sul pavimento tra scatoloni e fogli da disegno.
In molte immagini lui la guardava.
Provò a ricordare quando avesse smesso di farlo con quella stessa attenzione.
Tra le cartelle trovò le prime illustrazioni del libro. In una scansione c’erano ancora le sue annotazioni a matita. Ricordò anche la propria risposta quando lei gli aveva parlato del progetto.
«Bello, ma pensi davvero che possa venderlo qualcuno?»
Allora gli era sembrata una domanda sensata.
Ora capiva perché Anya avesse chiuso il quaderno.
Sul mobile dello studio c’era un vaso storto, fatto da lei durante un corso di ceramica. Dmitry aveva scherzato così spesso sulla sua forma che Anya aveva smesso di metterci i fiori.
Lo prese e lo portò in soggiorno.
***
La mattina successiva chiese un giorno di ferie.
Passò davanti a un fioraio, rallentò e proseguì. Non sapeva ancora cosa avrebbe detto ad Anya, ma non voleva arrivare con un mazzo di rose e aspettarsi che lei gli rendesse facile la conversazione.
Entrò invece in un negozio di materiali artistici.
Ricordava una confezione di matite giapponesi che Anya aveva osservato a lungo due anni prima. Aveva poi rimesso la scatola sullo scaffale dicendo che non le servivano davvero.
Lui le aveva dato ragione.
Quando rientrò, la trovò sul balcone.
«Hai dimenticato qualcosa?» gli chiese.
«Ho preso un giorno libero.»
Le porse la confezione.
Anya lesse il nome sulla scatola e rimase in silenzio.
«Mi ricordavo che le desideravi», disse lui.
Lei aprì il coperchio, sfiorò una matita e sorrise appena.
«Grazie.»
Dmitry si sedette sulla sedia di fronte, lasciando tra loro il piccolo tavolo.
«Non penso che un regalo risolva quello che è successo.»
Anya richiuse la scatola.
«Bene.»
Lui si passò una mano sul viso.
«Mi sono comportato come se il mio stipendio mi desse il diritto di decidere quanto vali. Ho guardato quello che guadagnavi e ho ignorato tutto il resto.»
Lei lo ascoltava senza aiutarlo.
«E mi manca come stavamo prima», aggiunse.
«A me no.»
Dmitry sentì stringersi lo stomaco.
Anya guardò fuori, verso i palazzi.
«Mi mancano alcune cose. Ma non voglio tornare a chiedermi se posso comprarmi un paio di scarpe senza sentirmi in colpa. Non voglio difendere il mio lavoro ogni volta che ne parlo. E non voglio aspettare la prossima discussione per scoprire quanto ti costa stare con me.»
«Non succederà più.»
Lei scosse piano la testa.
«Adesso non posso saperlo.»
Dmitry abbassò gli occhi.
Era abituato a fornire una soluzione, a trovare un accordo, a chiudere una questione. Per la prima volta comprese che non poteva pretendere una risposta immediata soltanto perché aveva finalmente riconosciuto il problema.
«Hai ragione», disse.
Rimasero qualche minuto in silenzio.
Poi lui domandò:
«Possiamo almeno provare a passare un po’ di tempo insieme? Senza fingere che sia tutto sistemato.»
Anya lo osservò a lungo.
«Possiamo cenare insieme qualche volta.»
Lui annuì.
«Stasera? Cucino io.»
«Dima, l’ultima volta hai scolato la pasta quando era già diventata una crema.»
Per un istante, nella sua voce tornò una sfumatura familiare.
«Questa volta metto il timer.»
Anya abbassò lo sguardo sulla scatola delle matite.
«Va bene. Ma i conti restano separati.»
«Va bene.»
***
La cena non fu particolarmente riuscita.
La pasta era troppo cotta e il sugo troppo salato. Dmitry, però, non trasformò il proprio tentativo in una richiesta di gratitudine. Sparecchiò, lavò le stoviglie e ascoltò Anya raccontare di un cliente che voleva rifare da capo un sito già approvato.
Non le spiegò come avrebbe dovuto gestirlo.
Le chiese cosa pensasse di fare.
Da quella sera le cose cominciarono a cambiare, lentamente.
Continuavano a dormire in stanze separate. C’erano giorni in cui parlavano soltanto del necessario. A volte Dmitry si lasciava sfuggire un commento e Anya si irrigidiva; allora lui doveva fermarsi, ascoltare e riconoscere ciò che aveva detto.
Non bastava essersi pentito una volta.
Cominciò a occuparsi della casa senza aspettare indicazioni. Imparò quali prodotti mancavano, quando andavano pagate le bollette, quanto lavoro si nascondesse dietro una cucina sempre in ordine.
Quando Anya lavorava fino a tardi, ogni tanto le portava il tè.
Le prime volte lei lo ringraziava con una cautela che gli faceva male. Poi cominciò a lasciare la porta aperta.
Una mattina lui trovò in frigorifero una pentola di zuppa e un biglietto.
*Ti ho sentito tossire. Scaldala per pranzo.*
Dmitry lesse quelle poche parole due volte.
***
Fu Anya, alcune settimane dopo, a entrare nello studio con il portatile.
«Hai dieci minuti?»
Lui chiuse subito il documento su cui stava lavorando.
«Certo.»
Lei rimase sulla soglia.
«Vorrei farti vedere il libro.»
Dmitry le indicò la sedia accanto alla propria.
Il topolino aveva finalmente un nome. Aveva anche una casa sotto il tetto di una vecchia biblioteca e il sogno ostinato di vedere Saturno attraverso un telescopio.
Anya gli mostrò le tavole una alla volta. All’inizio parlava poco, poi cominciò a raccontare perché avesse scelto certi colori, come avesse modificato il finale, quale espressione del personaggio non riuscisse ancora a convincerla.
Dmitry la ascoltò.
«Questa mi piace moltissimo», disse, fermandola su una pagina.
Il topo era seduto sul davanzale accanto a una bambina addormentata. Fuori dalla finestra, il cielo occupava quasi tutta l’illustrazione.
«Perché?» chiese lei.
Lui ci pensò.
«Perché sembra piccolo, ma non sconfitto. Come se avesse paura e volesse andare lo stesso.»
Anya tornò a guardare lo schermo.
«È proprio quello che volevo.»
Lui sorrise.
Più tardi si offrì di coprire una parte delle spese, così da permetterle di dedicarsi al libro. Lei rifiutò senza arrabbiarsi.
«Per ora riesco a gestirmi. Sto pensando a una piccola campagna di crowdfunding per stampare delle copie dimostrative. Se la faccio, puoi partecipare.»
«Allora avrai il tuo primo sostenitore.»
«Il secondo. Masha si è già prenotata.»
Risero entrambi.
***
Passarono i mesi.
Sul mobile del soggiorno ricomparvero alcune fotografie. Dmitry le aveva tirate fuori, ma fu Anya a scegliere le cornici.
Il vaso di ceramica tornò a contenere fiori.
I loro conti rimasero separati. Per le spese della casa, però, smisero di applicare la divisione identica imposta da Dmitry e concordarono quote proporzionate alle entrate. Ne parlarono a lungo, controllando insieme che nessuno dei due si sentisse in difficoltà.
Fu una conversazione concreta, a tratti faticosa, ma Anya non dovette difendere il proprio diritto di essere ascoltata.
Dmitry imparò anche a non chiedere ogni settimana notizie sulle case editrici.
Sapeva che lei aveva inviato il progetto. Sapeva che aspettava.
Quando arrivava un rifiuto, le restava vicino senza cercare subito una frase ottimista.
Una sera Anya gli disse:
«Oggi non voglio sentir parlare del libro.»
«Va bene.»
Guardarono un vecchio film e mangiarono sul divano. A metà, lei gli appoggiò i piedi sulle ginocchia.
Dmitry continuò a guardare lo schermo, trattenendo il sorriso.
***
Un sabato mattina lo svegliò un rumore dalla cucina.
All’inizio pensò che Anya stesse ridendo al telefono. Poi sentì un singhiozzo e si alzò.
La trovò al tavolo, in pigiama, con una mano davanti alla bocca e il computer aperto.
«Che succede?»
Lei gli fece cenno di avvicinarsi.
«Leggi.»
Dmitry si chinò sullo schermo.
Una casa editrice voleva pubblicare il suo libro.
Rilesse la prima frase, poi guardò Anya.
«Lo pubblicano?»
Lei annuì, ridendo tra le lacrime.
«Vogliono parlarmi lunedì. Ci saranno delle modifiche, naturalmente, e dobbiamo discutere il contratto, ma… sì. Dima, hanno detto di sì.»
Lui la abbracciò. Anya gli gettò le braccia al collo e rimasero così, tra la sedia spostata e il caffè che si raffreddava.
«Ce l’hai fatta», le sussurrò.
Lei si staccò appena per guardarlo.
«Non ci credo ancora.»
«Io sì.»
Quella sera festeggiarono con una bottiglia di champagne e una cena preparata insieme.
Parlarono della copertina, dell’editor, della possibilità di leggere il libro ai bambini in biblioteca. Anya gesticolava come faceva una volta, dimenticando di finire ciò che aveva nel piatto.
Dmitry la guardava e provava una gratitudine quieta. Avrebbe potuto perdersi tutto questo.
***
Dopo cena, Anya prese una cartelletta da un cassetto.
Dentro c’erano ancora i primi prospetti delle spese.
Li appoggiò sul tavolo.
Dmitry riconobbe subito il foglio che aveva stampato quella mattina. Le colonne ordinate gli parvero improvvisamente estranee, anche se ricordava benissimo con quanta soddisfazione le avesse preparate.
«Li tenevi ancora?»
«Sì.»
Anya passò un dito sul bordo della pagina.
«Per un po’ mi sono serviti. Mi ricordavano perché dovevo stare attenta.»
Lui non disse nulla.
«Adesso penso di poterli buttare.»
Dmitry sollevò lo sguardo.
«Sei sicura?»
«Di questi fogli, sì.»
Lei sorrise appena, poi tornò seria.
«Non voglio perdere quello che ho imparato. Il mio conto resta mio. Il mio lavoro resta una mia scelta. E se qualcosa non funziona, ne parliamo prima di farci male.»
«Sì.»
«Ma vorrei ricominciare a progettare qualcosa insieme.»
Dmitry sentì allentarsi una tensione che portava dentro da mesi.
«Anch’io.»
Anya tirò fuori un foglio pulito.
«Allora cominciamo da una cosa piccola.»
Scrisse in alto: *Osservatorio*.
Da anni parlava di un viaggio in montagna, lontano dalle luci della città, per guardare le stelle attraverso un vero telescopio.
Dmitry prese una penna.
«Quanto tempo ci diamo?»
«Sei mesi?»
«Possiamo farcela.»
Questa volta fecero i conti seduti dalla stessa parte del tavolo.
***
Conservarono i conti personali e ne aprirono uno destinato alle spese e ai progetti comuni.
Non smisero di discutere di denaro. Impararono a farlo prima che diventasse risentimento.
A volte Anya guadagnava più del previsto, altre volte attraversava settimane incerte. Anche Dmitry ebbe un periodo difficile al lavoro. Quando gliene parlò, lei non gli chiese quanto sarebbe costata quella difficoltà.
Gli domandò come stesse.
Lui comprese quanto tempo avesse impiegato per tornare a offrirle la stessa domanda.
***
Un anno dopo, Anya presentò il suo primo libro in una piccola libreria.
C’erano bambini seduti sui cuscini, genitori in piedi lungo gli scaffali e Masha in prima fila, pronta a commuoversi prima ancora che iniziasse la lettura.
Dmitry rimase in fondo alla sala.
Ascoltò Anya raccontare del topolino che voleva vedere gli anelli di Saturno. La sua voce tremò soltanto all’inizio. Poi una bambina le chiese se i topi potessero davvero abitare nelle biblioteche, e lei si mise a ridere.
Alla fine della presentazione, mentre Anya firmava le copie, Dmitry prese un foglietto dal banco e scrisse:
*Proposta per il prossimo progetto comune.*
*Un altro viaggio, molte cene, qualche pasta finalmente cotta bene.*
*Durata: da decidere insieme.*
Aspettò che l’ultimo lettore si allontanasse e glielo porse.
Anya lesse, poi prese la penna.
Sotto aggiunse:
*Accetto. Ma per la pasta serve ancora pratica.*
Nell’angolo disegnò un piccolo ramo di melo.
Dmitry riconobbe quel tratto: compariva sulle vecchie cartoline, sui segnalibri e persino accanto alle colonne del foglio che aveva rischiato di dividerli.
Anya gli restituì il biglietto e gli prese la mano.
«Andiamo a casa?»
Lui strinse le sue dita.
«Andiamo.»
Sul tavolo rimasero alcune copie del libro, una matita e due tazze vuote. Dmitry si voltò per raccoglierle, mentre Anya infilava il cappotto.
Poi uscirono insieme.