Durante una violenta tormenta, la moglie di un milionario soccorse un’anziana infreddolita, senza poter immaginare la sconvolgente sorpresa che l’attendeva una volta tornata a casa…

# La donna nella tormenta

Fuori dalla villa la notte sembrava impazzita.

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Non era una normale nevicata invernale. Il cielo riversava sulla terra una massa bianca e furiosa, mentre il vento scuoteva gli alberi, faceva vibrare le finestre e correva intorno alla casa con un ululato quasi umano. La neve cancellava ogni cosa: la strada, i lampioni, i cancelli delle proprietà vicine. Bastavano pochi metri perché il mondo scomparisse dietro una cortina lattiginosa.

 

Marina Sazonova guidava lentamente, con entrambe le mani strette sul volante.

Era una donna elegante, minuta, abituata a nascondere le proprie emozioni dietro un sorriso educato. Da qualche anno, però, nei suoi occhi era comparsa una stanchezza che nemmeno il lusso riusciva più a mascherare.

Fu allora che vide qualcosa sul ciglio della strada.

All’inizio pensò fosse un sacco abbandonato.

Poi la sagoma si mosse.

 

Marina frenò.

Una donna anziana avanzava con enorme difficoltà nella neve. Indossava un cappotto troppo leggero per quel freddo e teneva le braccia strette intorno al corpo. Ogni raffica la faceva oscillare.

Per qualche secondo Marina rimase immobile.

Avrebbe potuto continuare.

La villa era vicina. Il temporale peggiorava. Non conosceva quella donna.

Ma un pensiero le attraversò la mente con una chiarezza terribile: se l’avesse lasciata lì, probabilmente non sarebbe sopravvissuta alla notte.

Spense il motore e scese.

Il vento le strappò quasi immediatamente la sciarpa dal collo.

— Signora! Mi sente?

L’anziana alzò il viso.

Aveva il volto segnato dagli anni e occhi sorprendentemente lucidi. Non sembrava spaventata. Al contrario, guardava Marina come se la conoscesse già.

— Venga con me. Non può restare qui.

La donna non fece domande.

Si limitò a porgerle il braccio.

Le sue dita erano gelide.

Eppure, quando Marina le toccò, provò una sensazione inspiegabile: sotto quella pelle fredda sembrava esserci una forza ostinata, quasi innaturale.

Pochi minuti dopo entrarono nella villa dei Sazonov.

L’edificio, enorme e severo, era stato costruito secondo il gusto della famiglia di Gleb: colonne di marmo, grandi finestre, soffitti alti, quadri antichi e mobili che sembravano scelti più per impressionare gli ospiti che per rendere accogliente una casa.

Marina accompagnò l’anziana davanti al camino.

— Si sieda. Le preparo qualcosa di caldo.

 

Chiamò la domestica e chiese una coperta, poi versò personalmente una tazza di tè alla menta.

Tutto sembrava normale.

Eppure Marina non riusciva a liberarsi da una sensazione spiacevole.

Qualcosa nella stanza era cambiato.

Il suo sguardo cadde sul tavolino del salotto.

C’era una busta.

Bianca.

Marina si immobilizzò.

Non ricordava di averla vista prima di uscire.

La prese tra le dita.

Quando riconobbe la grafia, il sangue le si gelò.

Elena Sazonova.

Sua suocera.

Una donna morta da vent’anni.

Marina aprì lentamente il foglio.

«Cara Marina, sono passata ma non eri in casa. Ti lascio queste righe. Gleb sa tutto. Domani ne parleremo.»

Marina rilesse la frase più volte.

Gleb sa tutto.

Ma cosa?

Suo marito si trovava all’estero da una settimana. Almeno questo era ciò che le aveva detto.

Gleb Sazonov era un uomo ricchissimo, abituato a ottenere ciò che desiderava. Parlava poco, sorrideva raramente e considerava quasi ogni rapporto umano una forma di trattativa.

Negli ultimi mesi il loro matrimonio era diventato sempre più freddo.

Marina non poteva avere figli.

La diagnosi aveva cambiato tutto.

 

Prima erano arrivate le frasi prudenti.

Poi i silenzi.

Infine le battute dei parenti.

«A Gleb serve un erede.»

«Una famiglia come la sua non può interrompersi.»

«Forse con un’altra donna sarebbe diverso.»

Marina aveva cercato di ignorarle.

Ma c’era qualcosa che non aveva mai avuto il coraggio di approfondire.

Gleb era già stato sposato.

Più di una volta.

E tutte quelle donne erano morte.

Ufficialmente per cause diverse.

Una malattia.

Una complicazione.

Un incidente.

Coincidenze, aveva sempre pensato.

O almeno aveva cercato di convincersene.

Un colpo di tosse proveniente dall’altra parte della stanza la fece sobbalzare.

L’anziana non era più seduta davanti al camino.

Si trovava vicino alla parete dove erano esposte le fotografie della famiglia Sazonov.

Passava lentamente le dita sulle cornici.

Non le osservava con la curiosità di un’estranea.

Sembrava ricordare.

Marina sentì un brivido.

— Vuole dello zucchero nel tè?

La donna si voltò.

Sorrise.

— No, cara. Adesso devo andare.

— Andare? Con questo tempo?

— Mi aspettano.

Prima che Marina potesse fermarla, l’anziana attraversò l’ingresso.

La porta si chiuse.

Marina rimase sola.

Sul divano era rimasto un piccolo fazzoletto bianco.

Lo raccolse.

In un angolo erano ricamate due lettere.

E. S.

 

Marina smise di respirare.

Elena Sazonova.

In quel momento il telefono vibrò.

Era Gleb.

Subito dopo comparve un messaggio.

«Domani si decide tutto. Mia madre aveva ragione.»

Marina sentì le gambe indebolirsi.

Mia madre.

Sua madre era morta vent’anni prima.

Guardò nuovamente la lettera.

Poi il fazzoletto.

Fuori, improvvisamente, il vento smise di soffiare.

Dopo ore di rumore, quel silenzio risultò ancora più inquietante.

Dal salotto arrivò un lento cigolio.

Marina girò la testa.

La vecchia sedia a dondolo accanto alla finestra si stava muovendo.

Avanti.

Indietro.

Avanti.

Come se qualcuno si fosse alzato soltanto un istante prima.

— Gleb…

Non appena pronunciò il nome, tutte le luci della villa si spensero.

Rimasero soltanto le ultime fiamme del camino.

Le ombre si allungarono sulle pareti.

Al piano superiore una porta si aprì.

Piano.

Molto piano.

Marina sentì il cuore batterle nelle orecchie.

— C’è qualcuno?

Nessuna risposta.

Poi arrivò un sussurro.

Così debole che avrebbe potuto essere il vento.

— Non devi avere paura… Sei stata tu a farmi entrare.

Marina corse verso l’interruttore.

Inciampò.

Cadde in ginocchio.

Le sue mani incontrarono qualcosa di morbido.

Un altro fazzoletto bianco.

Poi un secondo.

Poi un terzo.

Erano disposti sul pavimento uno dopo l’altro, formando una specie di percorso verso il corridoio.

Marina li seguì con lo sguardo.

Terminavano sotto il grande ritratto di Elena Sazonova.

 

La donna del quadro aveva un’espressione severa, aristocratica.

Marina conosceva bene quel dipinto.

Eppure quella sera aveva l’impressione che gli occhi dipinti stessero seguendo ogni suo movimento.

Il telefono si illuminò per un secondo.

La luce dello schermo colpì il quadro.

In un angolo della tela compariva una striscia scura.

Umida.

Come se qualcosa stesse colando dalla superficie.

Marina fece un passo indietro.

Un colpo violento fece tremare la porta d’ingresso.

BUM.

Marina urlò.

— Marina! Apri!

La voce apparteneva a Gleb.

Lei rimase pietrificata.

Non era possibile.

Suo marito avrebbe dovuto trovarsi a migliaia di chilometri di distanza.

— Marina! Sono io!

Corse verso la porta.

La mano raggiunse la maniglia.

Poi si fermò.

Dal lato opposto arrivò una risata.

Sottile.

Vecchia.

La stessa che aveva sentito poco prima in salotto.

— Figliola…

Marina si ritrasse.

— Sei stata tu a invitarmi dentro.

Il telefono vibrò nuovamente.

Comparve un messaggio senza mittente.

«Non fidarti di lui. Prendi i fiammiferi nell’armadio. Brucia la lettera.»

Sotto il testo appariva una data.

Era di vent’anni prima.

Esattamente il giorno della morte di Elena Sazonova.

Marina fissò lo schermo senza riuscire a muoversi.

Ricordava ciò che si raccontava sottovoce sulla famiglia.

Elena era stata trovata morta proprio in quella villa.

Versione ufficiale: arresto cardiaco.

Ma qualcuno, molti anni prima, aveva detto una frase che Marina non aveva mai dimenticato:

«Quella donna stava cercando di fermare suo figlio.»

Marina tornò al tavolo.

Aprì completamente la busta.

All’interno trovò un secondo foglio, ingiallito dal tempo.

La grafia era irregolare.

«Marina, se stai leggendo queste parole, significa che Gleb ha deciso di ricominciare.

È convinto che una nuova moglie possa dargli l’erede che desidera.

Non credergli.

Cerca nella cassaforte del suo studio. Troverai le polizze assicurative intestate alle sue mogli.

Il mio diario è nascosto sotto l’asse del pavimento vicino alla finestra.

Avrei voluto fermarlo prima.

Forse posso ancora salvare almeno te.»

Marina sentì un rumore dietro di sé.

Il parquet scricchiolò.

— Hai trovato quello che cercavi?

La voce di Gleb arrivò a pochi passi da lei.

Marina si voltò di scatto.

Lui era lì.

Nessun cappotto.

Nessuna valigia.

Sembrava non essere mai partito.

— Gleb…

L’uomo guardò la lettera nelle sue mani.

Il suo viso cambiò.

Ogni traccia di gentilezza scomparve.

— Mia madre non ha mai saputo stare al suo posto.

Marina arretrò.

— Che cosa hai fatto alle altre?

Gleb sorrise appena.

— Domande inutili.

Si avvicinò.

Marina tentò di raggiungere la porta, ma lui la afferrò e la spinse contro il tavolo.

Sul pavimento cadde una piccola siringa che aveva estratto dalla tasca.

Marina la vide.

E capì.

— Anche loro…?

— Non eri diversa dalle altre — disse Gleb con voce fredda. — Un altro tentativo fallito.

Poi dalla parte dell’ingresso arrivò un rumore terribile.

Legno spezzato.

La porta si spalancò.

Una raffica gelida attraversò il corridoio, facendo cadere alcune fotografie dalle pareti.

Gleb si voltò.

E perse colore.

Sulla soglia c’era una donna.

Non più la vecchietta curva incontrata lungo la strada.

Era Elena Sazonova.

Più giovane.

Pallida.

Indossava un abito blu scuro.

Lo stesso vestito che, secondo le fotografie del funerale, portava il giorno in cui era stata sepolta.

Gleb indietreggiò.

— No…

Elena entrò lentamente.

— Sono tornata molte volte.

La sua voce era calma.

— Per ognuna di loro.

Gleb continuò a retrocedere.

— Tu sei morta.

— E tu non hai ancora imparato che esistono cose peggiori della morte.

Le luci tremolarono.

Marina sentì la vista appannarsi.

L’ultima cosa che percepì fu una voce vicino al suo orecchio.

Dolce.

Quasi materna.

— Grazie per esserti fermata nella tormenta, Marina.

Una pausa.

— Adesso puoi essere libera.

## Un anno dopo

Il cielo sopra il cimitero era basso e grigio.

Marina camminò tra le tombe con un mazzo di gigli bianchi tra le mani.

Si fermò davanti a una lapide.

Elena Sazonova.

Posò i fiori sulla pietra.

Accanto sistemò una busta.

— Ho fatto tutto quello che mi avevi chiesto.

La sua voce era tranquilla.

Le prove trovate nello studio di Gleb avevano portato alla luce anni di segreti, polizze assicurative, documenti falsificati e circostanze mai chiarite sulle morti delle sue precedenti mogli.

Il patrimonio era stato destinato in gran parte a una fondazione dedicata alle donne vittime di violenza e abusi.

Marina sfiorò la pietra.

— Gleb voleva lasciare un erede a qualunque costo. Alla fine non ha lasciato nessuno.

Sorrise tristemente.

— Tu, invece, hai lasciato qualcosa.

Il vento passò tra gli alberi.

Per un istante Marina ebbe la sensazione che qualcuno le avesse appoggiato una mano sulla spalla.

Si voltò.

Non c’era nessuno.

Fece qualche passo verso l’uscita del cimitero.

Poi guardò ancora una volta la tomba.

Sotto il nome di Elena erano comparse due parole che Marina era certa di non aver mai visto prima.

**Mia cara.**

Marina sorrise.

E se ne andò.

La villa dei Sazonov rimase vuota.

Nessuno volle più viverci.

Eppure, sul tavolino davanti al vecchio camino, ogni sera compariva una tazza di tè caldo alla menta.

Nessuno sapeva chi la preparasse.

Forse era soltanto una leggenda.

O forse qualcuno continuava ad aspettare.

Nel caso in cui, durante un’altra notte di tormenta, una vecchietta infreddolita bussasse nuovamente alla porta.

Questa volta, però, non avrebbe avuto bisogno di chiedere di entrare.

Perché qualcuno si sarebbe ricordato di lei.

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