Pavel si passò una mano sotto il naso, evitando lo sguardo di Alla. Gli occhi gli saltavano da un punto all’altro della cucina, come quelli di un bambino colto in fallo.
— Alla… dai, cerca di capire. A Katja servivano quei soldi. Ha trovato un’occasione, un affare serio. Dice che ce li ridà tra una settimana. Con gli interessi.
Alla restò immobile. Stringeva tra le dita quel foglietto rosso della banca, e le mani le tremavano così forte che la carta frusciava.
— Hai dato i nostri soldi a tua sorella? — domandò piano. — A Katja? Quella che non ha mai mantenuto un lavoro per più di tre giorni? Per un “affare”? Dimmi, Paša, che affare sarebbe? La fabbrica dei miracoli?
— Non cominciare a gridare! — sbottò lui, ma la voce gli uscì incerta. — È una cosa moderna… investimenti, rendimenti… lei ci capisce. Ha detto che metti ventimila e ne riprendi cento. L’ho fatto per noi! Volevo anche comprarti quegli stivali che guardavi.
Alla rise. Una risata breve, secca, senza gioia.
— Gli stivali? Tu non mi hai comprato gli stivali, Pavel. Mi hai comprato una corda da mettermi al collo. In casa non abbiamo quasi più niente da mangiare. Hai visto quei colli di pollo nel frigorifero? Quella sarà la nostra cena per tre giorni.
Pavel abbassò la testa, come se sperasse di sparire dentro il collo del maglione.
— Ma perché esageri sempre? Mamma mi ha detto che dovevo aiutare Katja. È mia sorella. Sono un uomo, devo sostenere la famiglia.
— Tu non sostieni nessuno, Paša. Per tua madre e tua sorella sei solo un bancomat con le gambe. Per me e per tuo figlio, invece, sei un peso. Mangia pure la zuppa annacquata. La carne, poca che sia, la lasci a Miška.
Quella sera in casa calò un silenzio pesante.
Miška, sette anni appena, finì in fretta la sua porzione e corse in camera con i quaderni sotto il braccio. Aveva capito che sua madre era arrivata al limite e cercava di non disturbare.
Alla lavò i piatti con l’acqua fredda, perché l’acqua calda era stata tolta una settimana prima per una “manutenzione” che sembrava non finire mai. Le dita le facevano male. Le nocche erano rosse, screpolate.
Quando ebbe finito, si asciugò le mani sul grembiule e prese il telefono.
Chiamò Katja.
Il cellulare squillò a lungo. Alla stava già per riattaccare, quando dall’altra parte arrivò una voce allegra, impastata di musica e risate.
— Pronto? Chi parla?
— Sono Alla. La moglie del tuo finanziatore personale.
— Oh, Alločka! — trillò Katja. — Che sorpresa! Mi chiami per congratularti? Abbiamo brindato al grande affare con Paška. Be’, lui no, ma io ho brindato anche per lui!
— Katja, ridammi i soldi. Subito. Non possiamo pagare il mutuo e non abbiamo quasi niente da mangiare.
Dall’altra parte ci fu uno sbuffo infastidito.
— Sempre con questa tragedia addosso, Alla. Ma rilassati! I soldi devono girare, capisci? Io li ho già messi dove dovevano andare. Vedrai, tra poco vi comprerete una Mercedes.
— Katja, ascoltami bene. Se domani quei soldi non tornano, vengo da te e ti trascino fuori per i capelli.
— Che modi da cafona! — rise la cognata. — Sei proprio una provinciale, Allka. Non rovinarmi la serata. Sono occupata.
Poi chiuse.
Alla fissò lo schermo muto, poi lanciò il telefono sul divano.
Pavel, dalla porta, la guardava con l’espressione di chi spera ancora in un miracolo.
— E allora? Che ha detto?
— Ha confermato una cosa che sapevo già.
— Cosa?
— Che sei un idiota. E che i soldi non ci sono.
— Dai, non fare così. Katja li ridarà. È una brava persona, solo che è sfortunata.
— No, Paša. Lei è fortunatissima. Ha te. Noi invece abbiamo la banca che domani chiamerà per la rata.
“Tra poco andrete in Mercedes”, aveva detto Katja ridendo. Alla guardò il marito, l’uomo che aveva svuotato la casa per compiacere sua sorella, e in quel momento capì una cosa semplice: nessuno sarebbe venuto a salvarli. Doveva farlo lei.
La mattina dopo non fu il profumo del caffè a svegliarla, ma il messaggio della banca.
“Gentile cliente, le ricordiamo la scadenza della rata prevista…”
Alla aprì l’app e controllò il saldo.
Trecentocinquanta rubli.
Abbastanza per andare e tornare dal lavoro. Forse anche per comprare una pagnotta, se sceglieva quella più economica.
Prima di uscire bussò alla porta della vicina, zia Valja.
La donna aprì con un enorme gatto rosso tra le braccia.
— Valja, ti prego… puoi prestarmi cinquemila fino allo stipendio? Mi vergogno a chiedertelo, ma siamo messi male.
La vecchia strinse le labbra.
— Alločka, figlia mia, li avessi te li darei. Ma anche noi siamo a secco. La pensione arriva il dieci, e ieri è passato mio nipote: mi ha ripulita. Prova al banco dei pegni. Magari con l’anello qualcosa ti danno.
Alla guardò la fede al dito. Era sottile, consumata, quasi senza valore. Millecinquecento rubli, forse. Una goccia nel mare.
— Grazie lo stesso, zia Valja.
Al magazzino farmaceutico, dove lavorava come addetta al confezionamento, la giornata sembrò infinita.
Incollava etichette su scatole di vitamine: “bellezza”, “energia”, “giovinezza”. Ogni confezione costava più di quanto lei avesse in tasca per tutta la settimana.
A un certo punto le venne un pensiero sporco, disperato.
“E se ne prendo una? La sicurezza oggi sonnecchia. La vendo online a metà prezzo…”
Scacciò subito l’idea. Se l’avessero scoperta, avrebbe perso anche quel lavoro. E allora davvero non sarebbe rimasto nulla.
Saltò la pausa pranzo. Non aveva portato niente. Bevve acqua dal distributore per ingannare lo stomaco che brontolava.
Quando tornò a casa, il pianerottolo era al buio. Qualcuno aveva svitato la lampadina.
Infilò la chiave nella serratura ed entrò.
Dentro era tutto spento.
— Paša?
Nessuna risposta. Solo un russare pesante che arrivava dalla stanza.
Alla provò l’interruttore. Nulla.
Andò al quadro elettrico e trovò un foglio infilato vicino ai contatori.
“Fornitura sospesa per mancato pagamento. Debito: 4.800 rubli.”
Alla lesse due volte.
Un mese prima aveva dato a Pavel cinquemila rubli proprio per pagare la corrente. Lui le aveva detto che era tutto a posto.
Dove erano finiti quei soldi? Nel bar? In vodka? A Katja anche quelli?
Si sedette sul tappetino sporco dell’ingresso. Nel buio, le pareti sembravano più strette.
Dalla cameretta uscì Miška.
— Mamma? Sei tornata? Non riesco a fare i compiti. È troppo buio… e ho fame.
Alla guardò suo figlio e sentì qualcosa strapparsi dentro.
— Adesso troviamo una soluzione, amore. Adesso ci pensa la mamma.
Entrò in camera.
Pavel dormiva sul divano vestito, con una bottiglia vuota di vodka accanto ai piedi. Puzzava d’alcol così tanto che l’aria sembrava bruciare.
Russava con la bocca aperta, comodo sotto la coperta, come se il mondo non lo riguardasse. Non il mutuo. Non la luce staccata. Non il bambino affamato.
Alla rimase a fissarlo.
E all’improvviso non provò più rabbia.
Provò il vuoto.
La pazienza si era spezzata. Anche la speranza. Quella piccola, stupida speranza che le diceva sempre: “Si sistemerà. Lui capirà. Domani cambierà.”
No.
Non sarebbe cambiato niente.
La banca avrebbe aggiunto penali. Dopo qualche giorno sarebbero arrivate altre minacce, altri debiti, forse perfino l’inventario dei beni. Lei non aveva genitori a cui chiedere aiuto. Nessun rifugio. Nessuna via d’uscita.
Per un secondo guardò la pesante padella di ghisa in cucina e pensò che sarebbe bastato un colpo per farlo smettere di russare.
Ma non era quello che voleva.
Non voleva distruggersi la vita per lui.
Si sedette sul bordo del divano e pianse senza fare rumore, mordendosi il pugno per non spaventare Miška.
“Io sono un uomo, devo aiutare mia sorella”, aveva detto lui. E intanto suo figlio restava al buio.
Poi Alla vide le chiavi nell’ingresso.
E capì.
Una via d’uscita c’era.
All’alba si alzò.
Gli occhi le bruciavano, ma erano asciutti. Non c’era più spazio per le lacrime.
Pavel dormiva ancora, con la guancia schiacciata sul cuscino.
Alla andò al mobiletto vicino alla porta e prese le chiavi della Lada Vesta.
La macchina di Pavel.
La sua “piccola”.
La lavava ogni fine settimana, anche quando in casa mancava il pane. Comprava profumatori, tappetini, coprisedili. Per quella macchina trovava sempre soldi. Per suo figlio no.
Alla non scese subito in cortile. Prima cercò nel cassetto un biglietto da visita che qualcuno aveva infilato nella cassetta della posta qualche giorno prima.
“Compriamo auto in qualsiasi stato. Pagamento immediato. Incidentate, problematiche, senza documenti. Ashot.”
Compose il numero.
— Pronto? Ashot?
— Sì, dimmi, bella. Vuoi vendere?
— Lada Vesta, bianca, 2021. Tenuta bene. Perfetta.
— Documenti?
— Ho libretto e chiavi. Il PTS ce l’ha mio marito, ma dorme. Mi servono soldi subito. La prendi così com’è?
— Senza PTS il prezzo scende, sorella. C’è rischio.
— Quanto?
— Centomila. Se la chiudiamo adesso.
Centomila.
La macchina ne valeva dieci volte tanto. Ma il valore vero richiedeva tempo: annunci, telefonate, appuntamenti, discussioni.
Centomila invece significavano mutuo pagato, corrente riattaccata, cibo in tavola.
— Centoquindici e vieni subito. Il carro attrezzi lo paghi tu.
Ashot rimase zitto un istante.
— Affare fatto. Mandami l’indirizzo.
Venti minuti dopo, nel cortile entrò un carro attrezzi arrugginito con una scritta sbiadita sulla fiancata.
Alla uscì con il cappotto buttato sopra la vestaglia.
Ashot era un uomo basso e robusto, con un berretto di pelle. Fece il giro della Lada fischiando piano.
— Peccato, eh. È quasi nuova. Se tuo marito si svegliasse e portasse i documenti, potrei dartene anche trecento.
— Non si sveglierà. Caricala.
Ashot la osservò meglio: il viso grigio, le mani tremanti, la bocca serrata.
— Problemi grossi?
— Mio figlio deve mangiare.
L’uomo non fece altre domande. Tirò fuori dalla tasca un pacco di banconote stretto con un elastico.
— Centoquindici. Conta.
Alla contò i soldi. Erano stropicciati, sporchi, odoravano di benzina e cibo da strada. Ma per lei profumavano di salvezza.
— Grazie.
Ashot fece un cenno all’autista.
Il verricello iniziò a tirare la macchina sulla piattaforma.
Fu proprio quel rumore metallico a svegliare Pavel.
Aprì gli occhi confuso, con la testa che gli pulsava. Si alzò barcollando e arrivò alla finestra.
Quando vide la sua Lada salire sul carro attrezzi, rimase paralizzato.
Poi urlò.
— Nooooo!
Scese di corsa così com’era: canottiera, mutande, piedi nudi.
Arrivò nel cortile quasi cadendo sui gradini.
— Fermi! Fermatevi! È la mia macchina! È un furto! Chiamo la polizia!
Ashot lo guardò senza scomporsi.
— Fratello, spostati. La signora ha venduto. Io lavoro.
Pavel si voltò verso Alla con gli occhi fuori dalla testa.
— Tu hai venduto la mia macchina? Sei pazza? Quella macchina è mia! L’ho pagata io!
Alla infilò le mani nelle tasche del cappotto. Non sentiva il freddo. La rabbia la teneva in piedi.
— Era tua. Ora è diventata mutuo, corrente e cena per nostro figlio. Tu hai investito nel “grande futuro” di Katja. Io ho investito nel presente.
— Maledetta! — urlò lui, lanciandosi verso di lei. — Ridammi i soldi! Fai tornare la macchina!
Alla tirò fuori dalla tasca uno spray al peperoncino.
Psssh.
Il getto lo colpì in pieno volto.
Pavel urlò, si portò le mani agli occhi e cadde in ginocchio nel fango gelido di novembre.
— I miei occhi! Mi hai accecato!
— Ti passerà, Paša. Ashot, vai.
Il carro attrezzi partì lentamente, portandosi via la Lada.
Pavel rimase nella pozzanghera, con la faccia sporca di lacrime, muco e fango.
— Che cosa hai fatto… — singhiozzava. — Come farò adesso? Io senza macchina…
— Camminerai. Dicono faccia bene alla salute. Oppure chiedi a Katja di comprarti una Mercedes, visto che i suoi investimenti sono così brillanti.
— Sei una strega! — sputò lui.
Alla lo guardò dall’alto in basso.
Forse sì. Forse era una strega.
Ma quel giorno suo figlio avrebbe mangiato.
E Pavel avrebbe imparato quanto costa giocare al benefattore con i soldi degli altri.
Rientrò in casa.
Miška la aspettava vicino alla porta, con gli occhi grandi e spaventati.
— Mamma… papà gridava.
— Papà è arrabbiato perché gli hanno portato via un giocattolo. Vestiti, amore. Andiamo al negozio.
— Compriamo il pane?
Alla gli accarezzò i capelli.
— Compriamo un pollo. E anche una torta.
Il bambino spalancò gli occhi.
— Una torta? Ma è festa?
— Sì. Oggi festeggiamo il giorno in cui tua madre ha smesso di essere stupida.
Prima andarono in banca. Alla pagò la rata del mutuo. Poi saldò il debito della corrente, multa compresa.
Infine entrarono al supermercato.
Comprò un pollo intero, patate, pane fresco, latte e una torta “Latte d’uccello”.
Quando tornarono, la corrente non era ancora tornata, ma in casa sembrava già meno buio.
Pavel era seduto in cucina. Fradicio, sporco, con gli occhi rossi e gonfi. Quando vide Alla, trasalì. Non disse nulla.
Aveva paura.
Per la prima volta aveva visto in lei qualcosa che non sapeva affrontare: non urla, non suppliche, non lacrime.
Indifferenza.
Il telefono di Alla squillò.
Katja.
Alla rispose.
— Sei completamente impazzita? — strillò la cognata. — Paška mi ha chiamata piangendo! Hai rubato la sua macchina! Ti denunciamo!
— Ridammi i cinquantamila e ti dico dove puoi cercarla.
— Non li ho! Te l’ho detto, sono investiti!
— Allora anche Pavel ha fatto un investimento. Nelle sue gambe.
Alla chiuse la chiamata e bloccò il numero.
La sera la luce tornò.
Il pollo cuoceva nel forno, le patate sfrigolavano nella teglia, e la cucina si riempì di odore d’aglio, grasso caldo e casa.
Miška mangiava la torta con il cucchiaino, felice, con la crema sulle labbra.
Pavel sedeva in un angolo, su uno sgabello. Davanti a lui Alla aveva messo un piatto della zuppa del giorno prima: acqua, sale e colli di pollo.
Nessuno gli offrì la torta.
Nessuno gli tagliò il pollo.
Lui la odiava. Alla lo sentiva senza nemmeno guardarlo. La odiava perché lo aveva umiliato, perché gli aveva tolto il suo giocattolo, perché per una volta non era riuscito a piangere da sua madre e ottenere perdono.
Alla fissò le ricevute pagate sul tavolo.
Il mutuo era salvo.
La luce era tornata.
Suo figlio era sazio.
E l’uomo?
Un uomo che toglie il pane a suo figlio per finanziare i capricci della sorella merita di andare a piedi nel fango, con i calzini bagnati.
— Non te lo perdonerò mai, — mormorò Pavel.
Alla non si voltò nemmeno.
— Non ne ho bisogno.
— Sei una strega.
— No, Paša. Sono stata tua moglie. Ed è stato il mio errore più costoso.
Poi entrò in camera e chiuse la porta.
Non era felice.
Ma aveva un tetto sopra la testa.
Aveva cibo sul tavolo.
Aveva suo figlio al sicuro.
E Pavel aveva una zuppa fredda, due piedi funzionanti e una lezione che difficilmente avrebbe dimenticato.
Che la masticasse piano.