Ridevano della vecchia signora seduta in sala d’attesa, trattandola con sufficienza — poi il chirurgo le fece una sola domanda e il silenzio calò su tutti.

Sembrava un corpo estraneo in quell’ambiente immacolato e impersonale della sala d’attesa. Seduta in disparte, quasi nascosta nell’angolo più lontano, teneva la borsa stretta al petto con entrambe le mani, come se fosse l’unica cosa capace di darle sicurezza. La pelle era consumata, screpolata dal tempo, simile a un vecchio oggetto dimenticato. Anche il cappotto raccontava la stessa storia: leggero, slavato, troppo fragile per difenderla dal freddo tagliente che regnava fuori. Attorno a lei, invece, dominavano giacche costose, tessuti pesanti e capi impeccabili. Perfino le sue scarpe, una diversa dall’altra, sembravano attirare sguardi imbarazzati.

Tra quella donna e il resto della stanza si era creato uno spazio invisibile, fatto non di metri ma di diffidenza, silenzi e giudizi. Nessuno le si sedeva accanto. Nessuno le rivolgeva la parola. Gli occhi degli altri la sfioravano appena, pieni di una pietà fredda, mescolata a un malcelato disgusto.

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«Secondo me si è persa,» mormorò una signora al marito, piegandosi appena verso di lui con tono velenoso. «Sarà entrata solo per ripararsi dal gelo.»

L’uomo rise piano, con cattiveria. «O magari aspetta che offrano qualcosa da bere.»

Poco più in là, una famiglia dall’aspetto impeccabile, riunita nell’attesa di notizie sul capofamiglia ricoverato, continuava a lanciare rapide occhiate nella sua direzione. Le loro conversazioni si spezzavano spesso in mezzi sorrisi e commenti soffocati ogni volta che l’anziana si muoveva appena o infilava una mano nella borsa con gesto esitante.

Dopo qualche minuto, un’infermiera si staccò dal banco e le si avvicinò con quell’espressione cortese e controllata che il personale sanitario indossa nei momenti più delicati.

 

 

 

 

 

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