— Mamma, perché sei rimasta piantata lì? Tutti sono già entrati in sala.
Valentina Sergeevna si portò istintivamente le dita al collo, assicurandosi che la collana di perle — il regalo di Viktor per i suoi sessant’anni — fosse perfettamente in ordine. Abbozzò un sorriso teso, quasi impercettibile.
— Mi chiedo solo se Roman verrà davvero.
Viktor sbuffò, come se quella semplice frase avesse incrinato l’atmosfera della serata.
— E dimmi, perché l’hai invitato? Sono undici anni che non vi rivolgete la parola. E, a dirla tutta, stavamo benissimo anche senza.
Lei fece spallucce, con un’aria di finta leggerezza. Dentro, però, qualcosa le si stringeva. Non avrebbe saputo dare un nome preciso a quel motivo. Curiosità? Vanità? Il desiderio di sentirsi ancora arbitro del destino altrui?
Forse era proprio questo: voleva guardarlo negli occhi. Voleva capire, con le sue mani e il suo sguardo, fino a che punto fosse “crollato”.
Roman, il figlio maggiore. Il figlio di Gennadij. Un capitolo che Valentina Sergeevna aveva sigillato come un cassetto pieno di polvere e rancore. Nella sua logica era tutto lineare: padre fallito, figlio fallito. Un sangue che non aveva mai sentito davvero suo.
— Che venga pure a vedere come vivono le persone normali, — disse avviandosi verso la sala. — Magari gli verrà un po’ di vergogna.
Il ristorante era saturo di voci, musica e risate. I tavoli traboccavano di antipasti, i camerieri si muovevano rapidi tra le sedie, i calici brillavano di spumante. Valentina Sergeevna distribuiva sorrisi, ringraziamenti, strette di mano… ma lo sguardo tornava sempre, ostinato, verso l’ingresso.
Roman non c’era.
Codardo, pensò con una soddisfazione gelida. Non ha avuto il coraggio di presentarsi.
Undici anni prima era stata lei a chiudere la porta. Roman si era presentato chiedendo aiuto: per una casa, per un anticipo, per “sistemarsi”, aveva detto. Lei lo aveva umiliato davanti a tutti — ai fratelli, a quella sua Ksenija che allora sembrava un’ombra: silenziosa, impacciata, con gli occhi bassi e le mani aggrappate alla borsa come a un salvagente.
Valentina Sergeevna gli aveva rovesciato addosso tutto il disprezzo accumulato: che era stanca di mantenere un incapace, che non avrebbe più buttato soldi in un buco nero, che da quel momento si sarebbe arrangiato da solo.
Roman non aveva urlato. Non aveva supplicato. Si era limitato a voltarsi ed andarsene.
Poi il vuoto. Nessuna telefonata. Nessun messaggio. Sparito.
E ora, invece, lei lo aveva invitato. Non per riabbracciarlo. Ma per fare di quella sera una dimostrazione pubblica. Per dire a Viktor e a Denis: vedete? Avevo ragione. Non è diventato niente.
All’improvviso, la porta del ristorante si aprì.
Il brusio si piegò su se stesso, come se qualcuno avesse abbassato il volume di colpo. Le conversazioni si spensero, le teste si voltarono.
Entrò un uomo in un completo sobrio ma impeccabile, di quelli che non hanno bisogno di ostentare per farsi notare. Il tessuto parlava da solo, e lui lo indossava con una naturalezza disarmante. Al suo fianco, una donna in un abito color panna, elegante senza sforzo, capelli curati da copertina e uno sguardo fermo, sicuro. Tra loro, un bambino di circa otto anni, vestito con cura, la mano stretta a quella del padre.
Valentina Sergeevna si irrigidì.
Per un attimo non li riconobbe. Sembravano fuori scala, troppo sicuri, troppo composti per quella festa di famiglia. Troppo… riusciti.
L’uomo avanzò deciso verso il loro tavolo. Si fermò davanti alla festeggiata e la guardò con calma.
— Buonasera, mamma. Sono Roman.
Qualcosa, dentro Valentina Sergeevna, cedette di colpo.
Viktor rimase immobile con il bicchiere a mezz’aria. Denis lasciò cadere la forchetta sul piatto con un suono secco.
Sì, era Roman. Ma non il Roman che ricordava. Non il ragazzo curvo e spento che sembrava chiedere scusa anche solo per esistere. Davanti a lei c’era un uomo — e la sua tranquillità faceva più rumore di qualsiasi sfida.
Roman indicò la donna accanto a sé.
— Lei è Ksenija, mia moglie. E questo è nostro figlio, Lev.
Ksenija fece un cenno educato, senza timidezza. Non si nascondeva, non abbassava lo sguardo. Era perfettamente a suo agio, come se quel ristorante fosse uno spazio naturale, non un terreno ostile.
Valentina Sergeevna aprì la bocca, ma non riuscì a dire nulla.
Attorno al tavolo calò un silenzio rigido. Gli invitati fingevano un improvviso interesse per i piatti, le posate, le decorazioni.
Da poco lontano, una voce sussurrò — abbastanza forte da essere udita:
— Incredibile… e lei diceva sempre che il maggiore non valeva nulla.
Un’ondata di calore salì alle guance di Valentina Sergeevna, seguita da un gelo pungente alle mani.
Roman, intanto, salutava con una cortesia misurata, come se quella fosse solo una visita qualunque e non il ritorno capace di demolire undici anni di certezze.
E in quell’istante Valentina Sergeevna capì, con un colpo sordo allo stomaco, che il piano che aveva immaginato — la derisione, l’umiliazione, la vittoria — si era già trasformato in qualcos’altro.
Qualcosa in cui, per la prima volta, non era più lei a decidere chi avesse vinto.