Un uomo anziano avanzò con passo esitante verso l’ingresso di un ristorante di lusso. Indossava un completo ben stirato, ma il tessuto logoro ne tradiva l’età: era lo stesso abito che aveva messo molti anni prima, poi dimenticato nell’armadio. I pochi capelli, sottili e grigi, gli cadevano sulla fronte in ciocche ribelli. Si fermò davanti alla porta a vetri, si osservò nel riflesso, si sistemò il colletto e, dopo un lungo respiro, trovò il coraggio di entrare.
Non fece in tempo a varcare la soglia che un buttafuori gli sbarrò il passo, guardandolo dall’alto in basso come se fosse un intruso.
— E tu chi saresti? Ti sembra una mensa dei poveri, questa? — ringhiò con tono sprezzante.
— Sono qui per il matrimonio… — rispose piano l’anziano. — Oggi si sposa mia figlia… — aggiunse, e sulle labbra gli affiorò un sorriso triste.
Il buttafuori lo studiò con sospetto, chiamò qualcuno via radio e lo trattenne lì. Poco dopo comparvero due persone in abiti eleganti. Lo afferrarono per le braccia e lo trascinarono in un locale di servizio, lontano dagli sguardi.
— Ma sei impazzito a presentarti qui?! — sbottò una donna ben vestita, la madre dello sposo. — Non è un posto per te. Fuori subito!
— Vi prego… volevo solo vedere mia figlia… — sussurrò il vecchio, con un filo di voce.
Le sue parole non scaldarono nessun cuore.
— Qui sappiamo tutti chi è chi, — ribatté la donna, piena di disprezzo. — Ma tu? Da dove salti fuori?
— Mi chiamo Vasilij Igorevič, — disse lui con dignità, tendendole la mano.
La donna ignorò il gesto, facendo un passo indietro come se potesse contagiarsi.
— Guardati… — mormorò con disgusto. — Non permetterò che rovini il matrimonio con il tuo aspetto miserabile.
Vasilij abbassò gli occhi sulle proprie scarpe consumate, poi su quelle lucide dell’uomo accanto a lui. Sospirò profondamente, ingoiando l’umiliazione senza protestare.
Eppure, Jana era davvero sua figlia. Non la vedeva da venticinque anni.
La mente lo riportò indietro nel tempo: la moglie malata, le medicine troppo care, il terrore di non riuscire a mantenere la bambina. In un momento di disperazione, aveva deciso di lasciarla in un istituto, convinto che sarebbe tornato a prenderla non appena le cose fossero migliorate. Ma quando, con anni di ritardo, si era ripresentato, era troppo tardi: l’orfanotrofio aveva chiuso e i bambini erano stati trasferiti altrove. Da allora, il rimorso era diventato il suo compagno fisso.
Poi, un piccolo miracolo. Un telefono perso, una foto apparsa sullo schermo, il volto di una giovane donna identica alla madre defunta. Era lei. Era Jana. Da quel momento aveva vissuto con un solo desiderio: rivederla almeno una volta, anche da lontano, nel giorno delle sue nozze.
Per questo, quando gli impedirono di entrare, perse ogni prudenza. Si liberò dalla stretta, riuscì a infiltrarsi nella sala, raggiunse il palco e afferrò il microfono. Iniziò a cantare. Era la ninna nanna che intonava quando Jana era piccola, una melodia conosciuta solo da loro due.
Il brusio cessò all’istante. La sala cadde in un silenzio denso. Gli invitati rimasero immobili, colpiti da quella voce fragile ma piena di sentimento. Quando l’ultima nota si spense, Jana si alzò lentamente.
— Lui è mio padre, — disse, con la voce che le tremava. — Non è stato con me in tutti questi anni, ma l’ho sempre avuto nel cuore.
Si avvicinò di corsa e lo strinse forte, scoppiando in lacrime. Le guance le si rigarono di pianto, e persino i genitori dello sposo, così rigidi e freddi poco prima, si commossero loro malgrado.
Con le mani che tremavano, Vasilij tirò fuori dalla tasca una piccola scatola avvolta in una carta semplice.
— È un regalo di tua madre, — mormorò. — L’ho custodito per te, aspettando il momento giusto.
Dentro c’era un antico collier di famiglia. Jana lo prese con una delicatezza quasi religiosa, come se in quel gioiello fosse racchiuso un ponte con il passato. Poi abbracciò di nuovo il padre, stavolta senza più alcuna esitazione.
Vasilij non si trattenne a lungo. Non voleva rubare la scena né turbare la festa. Se ne andò com’era arrivato, in punta di piedi, tornandosene nella sua casa silenziosa, con la sensazione di aver finalmente chiuso un vecchio cerchio rimasto aperto per troppo tempo.
Ma alcuni giorni dopo, qualcuno bussò al suo cancello. Aprì e la vide lì: Jana, con una valigia in mano e un sorriso deciso.
— Ti ho perdonato, papà, — disse. — Adesso voglio starti accanto.
Così, dopo venticinque anni, le loro strade, che il destino aveva separato, si unirono di nuovo.