«Una madre single viene derisa a un matrimonio e resta ai margini… finché l’uomo che tutti temono le tende la mano: “Stanotte sei mia moglie. Vieni a ballare.”»
Le risate intorno a lei non erano solo suoni: erano lame. Sembravano alzarsi di volume proprio quando l’orchestra provava a riempire la sala, come se qualcuno avesse deciso che Amelia dovesse sentirle tutte.
Era rimasta in fondo, dove finivano le luci calde e iniziavano gli angoli dimenticati. Quasi incastrata tra un tavolo vestito di lino e una fila di sedie lucide, troppo eleganti per la sua vita. Le mani serrate sul grembo, lo sguardo inchiodato a un flute di champagne intatto. Il vestito a fiori era in prestito: un po’ largo sulle spalle, un po’ tirato sulla zip. Ma non era il tessuto a tradirla. Erano quegli occhi stanchi, lucidi di notti corte e di pensieri che non si possono raccontare a nessuno.
Sulla pista, le coppie giravano sotto i lampadari come se tutto fosse leggero, come se il mondo non chiedesse il conto. Al suo tavolo, invece, i sussurri facevano cerchi, insistenti, cattivi.
«È lei… quella rimasta da sola.»
«Quella con un bambino.»
«Certe persone se la cercano, sai com’è…»
Amelia serrò la mascella. Si era ripetuta che non avrebbe ceduto. Non quel giorno. Non al matrimonio di sua cugina. Non davanti a chi viveva di apparenze e giudizi facili. Eppure, quando iniziò il ballo padre-figlia, qualcosa le si spezzò dentro con un rumore muto.
Le venne in mente Daniel, addormentato a casa con la babysitter. Le notti in cui sorrideva al telefono mentre il conto in banca gridava silenziosamente. Le mattine in cui si alzava prima del sole per far sembrare “normale” una vita che non lo era più.
Stava inspirando forte per ingoiare quel nodo quando una voce le sfiorò la schiena.
Bassa. Ferma. Troppo calma per essere casuale.
«Balla con me.»
Amelia si voltò.
Davanti a lei c’era un uomo in completo nero perfetto, come se il tessuto fosse stato cucito addosso al comando. Spalle larghe, postura tranquilla, occhi scuri che non cercavano approvazione. E non fu tanto il suo aspetto a cambiare l’aria, quanto la sua presenza: quella cosa che fa tacere una stanza senza bisogno di alzare la voce.
Amelia lo riconobbe senza averlo mai incontrato.
Luca Romano. Ufficialmente “imprenditore”. Ufficiosamente, il nome che la gente pronuncia abbassando il tono, come se potesse portare sfortuna.
«Io… non…» la voce le uscì più sottile di quanto volesse. «Non la conosco.»
Lui le porse la mano senza fretta, senza imbarazzo. «Meglio.» Un accenno di sorriso, appena. «Allora facciamo finta. Per un solo ballo.»
Poi, più piano, come un ordine travestito da promessa:
«Stasera sei mia moglie. Vieni.»
Il silenzio calò sulla sala come un sipario. Le risate si spegnevano una alla volta, strangolate dal puro istinto di non mettersi contro l’uomo sbagliato.
Amelia sentì addosso decine di sguardi. Il vecchio istinto le disse di ritirarsi, di scusarsi, di sparire. Ma ce n’era un altro, più nuovo, più ostinato: quello di una donna che aveva già perso troppo per continuare a lasciarsi calpestare.
Allungò la mano.
Le dita finirono in una presa sicura, calda, sorprendentemente rispettosa.
Luca la guidò al centro della pista e, come se qualcuno avesse ricevuto un segnale, l’orchestra cambiò brano. Una melodia lenta, piena di nostalgia. Lui le posò una mano alla vita con una delicatezza controllata, senza invaderla, e iniziò a condurla.
Ed ecco la parte più assurda: il pettegolezzo morì. Le bocche si chiusero. Persino chi viveva per commentare si ritrovò senza parole.
Amelia non era più trasparente.
Mentre giravano, Luca si inclinò appena verso di lei. Quelle parole non erano per la sala. Erano solo sue.
«Non guardare indietro.»
Un battito di musica.
«Sorridi. Lascia che si chiedano tutto.»
Amelia obbedì. E il sorriso che le comparve sulle labbra non era ancora felicità… ma era potere. Un potere semplice: quello di non essere più la preda.
Il brano finì, ma l’aria restò sospesa. L’uomo più temuto del ricevimento e la donna che un minuto prima nessuno considerava—adesso erano il centro.
Luca la accompagnò fuori dalla pista con la stessa calma con cui l’aveva portata dentro. «Sei stata perfetta,» mormorò.
Amelia sbatté le palpebre, confusa. «Che… che cosa sta succedendo?»
Lui sorrise appena, come se stesse scegliendo quanto dire e quanto tenere per sé. «Mettiamola così: qualcuno qui voleva farmi fare una figura. Io ho cambiato le regole.»
Una pausa.
«E tu mi sei servita.»
Il cuore di Amelia si contrasse. «Quindi ero solo una copertura.»
«Forse.» Luca la fissò, e per un istante qualcosa nel suo sguardo si incrinò. «Ma non mi aspettavo che tu… mi guardassi come mi hai guardato tu. Come se fossi umano.»
Amelia stava per rispondere quando due uomini in abiti scuri si avvicinarono. Parlarono con Luca in italiano, rapido, tagliente. Il volto di lui cambiò: come se una porta si fosse chiusa all’improvviso.
Si alzò. «Resta qui.»
Non era una richiesta.
Ma Amelia non era fatta per restare ferma davanti ai misteri. La curiosità—o forse l’istinto di sopravvivenza—la spinse a seguirlo. Attraversò un’uscita laterale e l’aria fredda della notte le punse la pelle.
Vicino al parcheggio, vide Luca discutere con un uomo che teneva la giacca appena scostata. Non serviva essere esperti per capire cosa nascondeva.
Una pistola.
Le parole tra loro erano lame. Poi l’uomo si allontanò e Luca si voltò… trovando Amelia lì, pallida, immobile.
«Non dovevi vedere.»
La sua voce non era rabbiosa. Era… tesa. Quasi protettiva.
«Io non volevo—»
«Lo so.» Fece un passo verso di lei. «Sei coraggiosa.»
Un filo di ironia gli attraversò lo sguardo. «O incosciente.»
Poi arrivò la frase che le gelò le dita.
«Ora che sai chi sono, non puoi uscire da questa storia come se nulla fosse.»
La brezza portava odore di rose dal giardino del ricevimento… e sotto, un retrogusto di pericolo.
Amelia capì in quel momento una cosa semplice e terribile: quel ballo non era stato un gesto gentile. Era stato un varco.
Due giorni dopo, Luca Romano bussò alla porta del suo piccolo appartamento.
Daniel era sul tappeto, assorto tra Lego e macchinine. Alzò la testa e, con quell’innocenza che non sa cosa teme il mondo, chiese:
«Mamma… è quello del ballo?»
Luca piegò appena le labbra. «Qualcosa del genere.»
Amelia rimase ferma con la mano sulla maniglia, il corpo spaccato in due tra l’istinto di chiudere e la sensazione—assurda, inevitabile—che lui sarebbe rimasto comunque.
«Non dovresti essere qui,» disse.
«Hai ragione.» Luca non avanzò subito. Non invase. «Ma non mi piace lasciare le cose a metà.»
Il suo sguardo scivolò sui segni di una vita fatta di resistenza: il bordo della carta da parati scollato, i mobili presi usati, la cucina troppo stretta per i pensieri. Poi tornò su di lei.
«Hai lottato da sola abbastanza,» disse piano. «Non voglio che tu lo faccia ancora.»
Amelia incrociò le braccia, come se potesse costruirsi uno scudo. «Non mi conosci.»
«Conosco quel peso.» Luca indicò appena, con un cenno. «Gli sguardi. Le etichette. Il ruolo che gli altri ti appiccicano addosso.»
Fece un respiro. «So cosa significa essere il “cattivo” nella storia di qualcun altro.»
Il silenzio riempì la stanza. Daniel sbucò dietro il divano stringendo una macchinina. Luca si accovacciò alla sua altezza, senza fretta, senza forzature.
«Bella,» disse. «Corre forte?»
Daniel, che di solito con gli estranei diventava di pietra, fece un sorriso piccolo ma vero. «È la più veloce.»
E quel sorriso, così raro, fece vacillare Amelia più di qualunque minaccia.
Nei giorni seguenti, Luca tornò. A volte con una busta della spesa, a volte per sistemare una serratura difettosa, altre solo per sedersi in silenzio mentre Amelia leggeva a Daniel la storia della buonanotte.
Fuori, il suo nome restava una leggenda fatta di paura.
Dentro quella casa, però, Luca era un uomo che ascoltava Amelia senza interromperla. Un uomo che aiutava un bambino con i compiti. Un uomo che—nonostante tutto—si comportava con cura.
Una sera, mentre la pioggia picchiava sui vetri, Amelia trovò il coraggio di chiedere:
«Perché io? Perché proprio me?»
Luca la guardò a lungo, come se stesse maneggiando una cosa fragile.
«Perché mentre ti ridevano addosso… non ti sei spezzata.»
Un respiro più lento.
«E perché quando tutti voltavano lo sguardo da me… tu no.»
Amelia non sapeva se sarebbe riuscita a fidarsi davvero. Ma sentiva qualcosa che non provava da anni: la possibilità di un domani che non fosse solo fatica.
Restarono alla finestra a guardare la pioggia scendere fitta. Luca abbassò la voce, quasi fosse un segreto.
«Forse fingere non è stato un errore.»
Amelia sorrise. E quel sorriso, stavolta, non era una maschera. «Forse no.»
E tu? Se un uomo come Luca ti chiedesse di fingere di essere sua moglie per una notte… diresti sì, o scapperesti? Scrivimelo nei commenti. ❤️