«Non dimenticare l’oca», disse Oleg senza sollevare lo sguardo dallo schermo luminoso del telefono. «La mamma la preferisce con le mele, quelle renette aspre. Dice sempre che sgrassano la carne.»
Ero ferma immobile, piantata esattamente al centro del linoleum della nostra grande cucina, con due borse della spesa di tela grezza che mi segavano i palmi delle mani. Pesanti come lastre di piombo. In una c’erano sei chili di patate terrose, carote nodose, cavoli cappucci e cipolle dorate il cui odore pungente già trapelava dalla carta. Nell’altra, avvolta in strati di plastica gelida e scivolosa, giaceva un’oca da oltre quattro chili, con la pelle d’oca intrisa di brina e il collo ripiegato su se stesso. Oleg mi aveva chiamata al lavoro durante la pausa pranzo delle dodici e mezza, mentre controllavo le fatture dell’ultimo cantiere tra un boccone di pane e una tazza di caffè solubile ormai tiepido. Aveva annunciato, con la consueta voce squillante e spensierata da anfitrione navigato, che per il sabato imminente avremmo avuto a cena un po’ di persone. Venti invitati. Il suo compleanno, cinquantasei anni suonati.
Mancavano poco più di quarantotto ore al sabato sera.
Di mestiere faccio l’ingegnere dei costi per una grande impresa edile. Passo otto ore al giorno, spesso nove, sepolta sotto fogli di calcolo, computi metrici, stime analitiche e bilanci di previsione. Conosco il valore matematico del tempo, la fatica invisibile dei materiali, la precisione millimetrica che serve a non far crollare un ponte o a non mandare in bancarotta un cantiere. Poi, timbrato il cartellino, salgo sui mezzi pubblici o guido nel traffico, vado al supermercato di quartiere a caricare carrelli inverosimili e infine mi chiudo in cucina. Funziona esattamente così da dodici anni, da quando cioè Oleg decretò con enfasi teatrale che la nostra villetta con giardino alla periferia della città era il rifugio perfetto per le feste di famiglia e le rimpatriate tra colleghi. Una cucina spaziosa con due forni, un soggiorno allungato che sembra una sala da ballo provinciale, un patio lastricato per le grigliate estive. E soprattutto, un dettaglio fondamentale che rendeva l’ingranaggio perfetto: una moglie meticolosa, silenziosa e affidabile che pianificava, allestiva, cucinava, serviva e puliva ogni singola briciola senza fiatare.
«Oleg, ti avevo pregato mille volte di dirmelo con almeno due settimane di anticipo», dissi, appoggiando i sacchi sul tavolo di legno massiccio con un tonfo sordo che fece vibrare il portatovaglioli. «Due giorni non bastano per venti coperti. Non sono un ristorante, non ho una brigata di cuochi.»
«Ma cosa ci sarà mai da cucinare di così complicato?» rispose lui, scrollando le spalle larghe senza interrompere lo scorrimento dei video di pesca sul display. «Affetti un po’ di salumi, metti insieme due bacinelle d’insalata russa, infili la portata principale nel forno ventilato e fa tutto da solo. In fondo a te piace stare ai fornelli, no? Ti rilassa dopo il lavoro d’ufficio.»
Mi piace cucinare. È vero, o almeno lo era una volta. Mi piace preparare una zuppa profumata di legumi per noi due la domenica sera d’autunno, impastare tagliatelle fresche per i nostri figli quando tornano dall’università, curare un arrosto per quattro intimi attorno a una bottiglia di vino buono stappata con calma. Non mi piace cucinare per venti persone. Non ogni quaranta o cinquanta giorni. Non da sola, con i piedi gonfi dentro ciabatte ortopediche e le dita coperte di tagli invisibili provocati dalla lama del trinciante.
Mentre Oleg continuava a ridacchiare per qualche sciocchezza sullo schermo, feci un rapido calcolo mentale nel mio rigido linguaggio da ingegnere. In dodici anni di matrimonio in quella casa, avevo contato circa novantasei ricevimenti formali e informali. Una media costante di otto banchetti all’anno: genetliaci, onomastici, promozioni sul lavoro, ricorrenze civili, o semplicemente i fatidici sabati in cui “i ragazzi passano a fare un saluto e a bere qualcosa insieme”. Ciascuno di quegli eventi mi richiedeva non meno di quattordici ore di lavoro materiale effettivo. Due giorni dedicati alla spesa e alle preparazioni complesse che richiedevano marinature o riposo notturno; una sera intera trascorsa in piedi a fare la spola tra fornelli e sala da pranzo con le braccia cariche di portate calde; mezza giornata della domenica spesa a smacchiare tovaglie di lino e grattare via residui di sugo incrostati dal fondo delle pentole smaltate. E mai, in quattordici anni di convivenza e novantasei celebrazioni, Oleg aveva impugnato una spugnetta per lavare anche un solo piattino da caffè.
Sospirai, ricacciai indietro le parole amare che premevano contro i denti, riposi l’oca ripulita nella parte più fredda del frigorifero e cominciai a pelare le patate, lasciando che le bucce marroni cadessero nel lavello con un ritmo metodico e desolante.
Il venerdì sera la cucina sembrava il retrobottega di una mensa aziendale negli orari di punta. Stavo sminuzzando a dadini microscopici gli ingredienti per la quarta terrina monumentale di insalata Olivier. Le mie dita, intrise ormai da ore di sottaceti, maionese artigianale e cipolla cruda, erano insensibili e rugose. Sul tavolo grande troneggiavano tre enormi teglie metalliche piene di pirozhki appena lievitati: una serie con carne macinata speziata, una con cavolo stufato e aneto, una terza con uova sode e cipollotti freschi. L’oca sfrigolava pigramente nel forno basso, rilasciando gocce di grasso dorato che crepitavano contro la leccarda. Sui fornelli sobbollivano una pentola da dieci litri di borscht purpureo e, accanto, il brodo denso e gelatinoso per l’aspic di carne che avevo cominciato a schiumare fin dal giovedì pomeriggio.
Oleg fece il suo ingresso nella stanza trascinando i piedi nelle pantofole di feltro. Con la mano destra frugò in una teglia, prese un pirozhok ancora tiepido e ne addentò metà con fare distratto, lasciando cadere una pioggia di briciole dorate sul piano da lavoro appena lucidato.
«Ce ne sono troppo pochi con la carne», sentenziò a bocca piena, masticando lentamente e osservando le teglie con aria da intenditore deluso. «Lo sai bene che Genka ne mangia almeno quattro o cinque solo prima di sedersi a tavola.»
«Ne ho sfornati quaranta con il ripieno di manzo e maiale», dissi, senza distogliere lo sguardo dal tagliere di legno dove stavo tritando il prezzemolo.
«Quaranta pezzi divisi per venti invitati fanno esattamente due bocconi a testa, Avgusta. Sono una miseria per uomini che lavorano tutto il giorno e hanno appetito.»
Non replicai. La mia bocca si strinse in una linea sottile e diritta. Tirai fuori dal ripiano inferiore del frigo un altro chilo di carne macinata avanzata, presi la terrina della farina e ricominciai a impastare da capo con gesti meccanici, quasi automatici.
«Ah, dimenticavo», aggiunse lui voltandosi verso il corridoio buio, «domani ricordati di scendere a prendere le bibite gassate. Limonata dolce, cola e succhi di mela per i ragazzini.»
Continuai a sigillare i bordi dei fagottini di pasta fino all’una passata di notte. Sabato mattina la sveglia suonò impietosa alle sei. Con gli occhi che bruciavano per la stanchezza, sistemai le sedie pieghevoli lungo il perimetro del tavolo allungabile, stirai le tovaglie pesanti facendo attenzione alle pieghe centrali, lucidata ogni calice contro la luce del mattino per rimuovere gli aloni di calcare. Oleg emerse dal piumone verso le dieci, si godette un caffè lungo zuccherato sfogliando la gazzetta sportiva, e verso mezzogiorno scese a comprare le bevande. Rincasò dopo un’ora abbondante con due buste di plastica: quattro bottiglie di aranciata, tre di cola e tre bottiglie di vodka liscia da congelatore. Le scaricò sul ripiano, si infilò una camicia fresca di bucato dal colletto inamidato e si spaparanzò sulla poltrona davanti al televisore per seguire il pre-partita.
I primi ospiti varcarono la soglia alle quattro del pomeriggio. Venti adulti, più tre bambini urlanti al seguito. E ciascuno di loro pretendeva attenzione: accogliere i cappotti bagnati, riempire i bicchieri di benvenuto, servire gli antipasti freddi, sparecchiare i piattini vuoti, affettare pagnotte di segale, scaldare le pirofile calde che perdevano temperatura. Per tutta la durata del ricevimento non toccai sedia. Non riuscii a sedermi nemmeno per tre minuti consecutivi. Bevevo qualche sorso d’acqua frettoloso direttamente dal rubinetto, ritta in piedi tra i vapori del forno e il calore soffocante dei fornelli.
Dall’altra parte della porta a doppio battente, Oleg dominava la scena a capotavola. La sua voce tonante guidava le risate generali, raccontava aneddoti d’ufficio, brindava alla salute dei presenti con sonore pacche sulle spalle dei commensali. Sua madre, seduta nel posto d’onore, masticava l’oca farcita con aria compiacente, annuendo cerimoniosa: la carne si staccava dall’osso alla perfezione, un capolavoro di cottura lenta. Natalya, la consorte di Genka, mi intercettò nel corridoio mentre arrancavo con una pila instabile di piatti sporchi unti di sugo.
«Avgusta, tesoro, fermati un secondo», mormorò con sincera compassione, appoggiandomi una mano tiepida sul braccio teso. «Siediti un momento accanto a noi. Mangia almeno un boccone caldo prima che finisca tutto.»
«Arrivo subito, Natalya», mentii con un mezzo sorriso tirato. «Porto dentro l’arrosto con le patate croccanti e mi metto a sedere, promesso.»
Naturalmente non mi sedetti affatto. Dopo il secondo piatto arrivarono le torte rustiche, poi la crema diplomatica, poi il samovar fumante per il tè nero con i piattini di confettura, e infine il coro immancabile degli amici di Oleg: «Avgusta, per caso sono rimasti un paio di quei meravigliosi fagottini di carne? Giusto per mandare giù l’ultimo bicchierino!»
Gli ultimi ospiti si congedarono verso le undici di sera, sazi, allegri e intontiti dai vapori dell’alcol. Quando la porta d’ingresso si richiuse con un clic definitivo, la sala e la cucina somigliavano a un accampamento militare abbandonato dopo una ritirata disordinata. Feci la mia perizia sul campo, calcolando il danno materiale con l’occhio clinico del mio mestiere: sessantaquattro piatti tra fondi e piani, trentadue bicchieri di varie fogge opacizzati da impronte unte e residui di vino rosso, decine di ciotole, vassoi da portata incrostati, forchette e coltelli sparsi persino sui davanzali delle finestre. La tovaglia immacolata era costellata di macchie indelebili di barbabietola rossa e cerchi violacei lasciati dai fondi delle bottiglie. Sul pavimento di ceramica chiara si intravedevano briciole calpestate, l’estremità rinsecchita di un cetriolo sottaceto e tovagliolini di carta accartocciati e inzuppati di condimento.
Rimasi china sul lavello a grattare e sciacquare fino all’una e mezza del mattino. Oleg si era infilato sotto le coperte poco dopo la mezzanotte. Prima di ritirarsi nella penombra della camera da letto, aveva fatto capolino in cucina, aveva posato lo sguardo sulla montagna vertiginosa di stoviglie accatastate nel lavello e aveva sbadigliato rumorosamente: «Ma lasciali lì per stanotte, Avgusta. Non impazzire. Domani mattina ti alzi con calma e sistemi tutto». Poi si era girato sui tacchi, sparendo nell’ombra del corridoio.
Non potevo lasciarli lì. Lavai ogni singolo cucchiaio, fino all’ultimo pezzo. Sapevo fin troppo bene, per amara esperienza pregressa, che la domenica mattina lo sporco si sarebbe trasformato in cemento armato: il grasso animale rappreso avrebbe formato una patina viscosa indistruttibile, l’amido delle patate si sarebbe saldato alla ceramica e il brodo di barbabietola avrebbe macchiato i bordi delle pentole in modo permanente, raddoppiando le ore di fatica muscolare.
All’alba del giorno dopo, Oleg scese in cucina vestito di tutto punto, trovò il tavolo da pranzo splendente e profumato di sapone di Marsiglia, si versò una tazza di caffè bollente e riprese a scorrere le notizie sul suo inseparabile telefono.
«È stata davvero una bellissima serata», commentò con tono sereno e distaccato. «Erano tutti entusiasti, si sono divertiti come matti.»
Non risposi. Non una sillaba uscì dalle mie labbra serrate. Le giunture delle mani pulsavano di un dolore sordo e profondo; i muscoli lombari bruciavano a ogni respiro per il carico sopportato; la pelle dei polpastrelli era irritata dai tensioattivi dei detersivi industriali. Avevo regalato quattordici ore di fatica fisica ininterrotta senza ricevere in cambio neppure un formale e distratto “grazie”. Ma rimasi muta, ricacciando l’indignazione nella gola. Come facevo sempre.
Passarono tre mesi e, all’inizio dell’estate, Oleg decise che era giunto il momento propizio per organizzare una grande grigliata all’aperto. Quindici colleghi della sua divisione aziendale. «Una cosa semplice, alla buona, cuociamo due pezzi di carne sulla brace e non c’è nient’altro da preparare.»
Quella presunta semplicità si tradusse, nella realtà dei fatti, in quarantotto ore di lavoro frenetico: marinare cinque chili di coppa di maiale ed enormi fusi di pollo con erbe aromatiche, limone e cipolla pestata; confezionare tre insalate estive a base di verdure fresche e salse emulsionate; cuocere dozzine di focaccine rustiche al rosmarino; lessare chili di patate novelle da guarnire con burro e aneto; affettare taglieri infiniti di pomodori, cetrioli e ravanelli; comprare piatti e bicchieri usa e getta che, manco a dirlo, finirono prima del tempo costringendomi a tirare fuori le scorte di ceramica; allestire le panche di legno nel cortile e trascinare le pesanti sedie di noce dall’interno all’esterno sotto il sole battente.
Oleg, dal canto suo, si limitò a stare in piedi accanto al braciere, con una birra ghiacciata in mano e la pinza lunga nell’altra, girando gli spiedini sulla carbonella accesa.
Verso metà pomeriggio uno dei suoi colleghi più anziani, Gennady — un uomo massiccio dai folti baffi brizzolati e la risata tonante — terminò il suo terzo spiedino di carne, si asciugò l’unto dalle labbra con un tovagliolo di carta e gridò in direzione del barbecue:
«Oleg, amico mio, hai delle mani d’oro! Questa marinatura è una meraviglia assoluta, tenera come il burro.»
«Cerco di fare del mio meglio, ci metto passione!» rispose Oleg con un sorriso radioso a trentadue denti, allargando le braccia come se avesse appena compiuto un prodigio solitario.
Nessuno domandò chi avesse tagliato la carne il giovedì sera fino a mezzanotte. Nessuno degnò di uno sguardo le tre grandi insalatiere di ceramica che si svuotavano a vista d’occhio. Gennady si servì per la quarta volta di patate novelle e, masticando con gusto, diede una gomitata affettuosa a Oleg:
«Senti un po’, la prossima rimpatriata la rifacciamo qui da te? Lo sai che il mio cortile è microscopico e ci stiamo stretti. Qui da voi si sta come in paradiso.»
«Ma senza ombra di dubbio!» esclamò Oleg colpendogli la spalla con pacca sonora. «Che problema c’è? Vero, Avgusta cara?»
Ero lì a due passi, con un enorme vassoio d’acciaio colmo di piatti sporchi, bicchieri rovesciati e ossa spolpate. I polsi mi dolevano, le maniche erano arrotolate a metà braccio, il grembiule di cotone grezzo era chiazzato di schizzi d’olio e fuliggine. Quindici paia di occhi si voltarono pigramente verso di me, in attesa del consueto assenso accomodante della padrona di casa.
«Ho lavorato per due giorni interi», dissi con voce ferma, limpida e gelida come un getto d’acqua di pozzo. «Quattordici ore esatte di cronometro. La carne l’ho mondata, tagliata e marinata io. Ho preparato tre insalate, le focacce nel forno a legna, le patate al vapore e i piatti di verdura fresca. Sapete quante volte qualcuno in questo cortile si è degnato di ringraziarmi oggi? Nemmeno una. Zero assoluto.»
Gennady rimase paralizzato a metà movimento, con la forchetta sospesa a pochi centimetri dai baffi unti. Il sorriso fiero di Oleg svanì all’istante, lasciando spazio a un pallore cereo e livido.
«Ma insomma, tesoro…» provò a smorzare lui con una risatina nervosa e strozzata, guardandosi attorno a disagio. «I ragazzi sono nostri ospiti d’onore. Non fare certe sceneggiate adesso, per favore.»
«Non sto facendo nessuna sceneggiata», replicai senza abbassare lo sguardo di un millimetro. «Sto semplicemente tenendo i conti. E i numeri non tornano mai.»
Nel tardo pomeriggio, mentre tornavamo a casa in automobile dopo essere dovuti scendere al minimarket a comprare altro pane — perché, come sempre, non ne era stato calcolato abbastanza per la fame dei suoi colleghi — nell’abitacolo regnava un silenzio glaciale. Oleg fissava la strada davanti a sé a mandibole serrate. Poi esplose:
«Mi hai messo in un imbarazzo insostenibile davanti a tutte le persone con cui devo lavorare ogni singolo giorno. Non hai un minimo di pudore.»
«E tu sono dodici anni che mi mostri ai tuoi amici né più né meno come una sguattera non retribuita», risposi guardando dritto fuori dal finestrino mentre i pali della luce sfilavano via. «Ma questo tipo di contabilità a te non interessa, vero?»
Lui non aprì più bocca. Allungò il braccio con violenza, accese la radio a volume altissimo e coprì ogni residuo di conversazione fino al rientro a casa.
Quella sera stessa squillò il telefono fisso. Era Larisa, sua sorella maggiore. Larisa non mancava mai di telefonare all’indomani di ogni evento festivo; non per informarsi su come stessi io, ma per fare il resoconto con Oleg. E mentre riassettavo il lavello della cucina, attraverso la parete sottile potevo distinguere chiaramente ogni singola intonazione velenosa della sua voce gracchiante.
«Tua moglie ha un carattere pessimo, acido, insopportabile», sentenziava Larisa dall’altoparlante. «Ma l’uomo di casa sei tu, Oleg. Quella è la tua dimora. Devi rimetterla in riga e far rispettare un po’ d’ordine.»
Ordine. Nei codici non scritti della famiglia di Oleg, la parola “ordine” significava una cosa sola: Avgusta tiene la bocca chiusa, china la testa, serve le portate col sorriso di circostanza e provvede a cancellare le tracce del disordine altrui. Quella notte terminai di strofinare la leccarda della brace, appesi il grembiule umido al gancio dietro la porta della dispensa e mi infilai nel letto senza dire una parola.
Verso la fine di settembre, Larisa stabilì che era giunto il momento di celebrare in grande stile il proprio compleanno: cinquantadue anni. E Oleg, senza consultarsi minimamente con me né spendere mezza parola preventiva, mise a disposizione della sorella la nostra abitazione. Venticinque invitati confermati.
Venni a conoscenza del fatto compiuto soltanto il lunedì sera, mentre toglievo dal frigo gli ingredienti per una semplice cena infrasettimanale. Il banchetto era fissato per il sabato successivo: cinque giorni di preavviso per venticinque coperti completi.
«Oleg», dissi posando il coltello da cucina sul tagliere con una calma innaturale, «non mi hai chiesto nulla. Un’altra volta.»
«E dove avrebbe dovuto festeggiare, sentiamo?» replicò lui seccato, sprofondato tra i cuscini del divano mentre faceva scorrere compulsivamente le notifiche delle notizie sul telefonino. «Il suo appartamento ha a malapena un tinello minuscolo dove non si respira. Noi abbiamo a disposizione un salone di quasi quaranta metri quadri. Sarebbe stato da egoisti dire di no alla mia stessa sorella.»
«La casa ha un salone spazioso, Oleg. Ma chi sta in piedi davanti ai fuochi a cucinare dall’alba al tramonto sono io, non le pareti della sala.»
«Ti aiuterà lei, me lo ha assicurato. Non farne sempre una tragedia greca.»
Larisa, com’era ampiamente prevedibile, non mosse un solo dito. Si presentò alla nostra porta il sabato mattina verso le undici, inguainata in un abito di seta verde smeraldo comprato per l’occasione, con la messa in piega perfetta fresca di parrucchiere e le unghie smaltate di bordeaux. Varcò la soglia, si accomodò su una delle poltroncine della sala da pranzo con una tazza di caffè e iniziò a impartire direttive a raffica con tono lezioso:
«Avgusta cara, metti quelle rose nel vaso di cristallo boemo, quello alto a calice, rendono molto meglio. Avgusta, togli questa tovaglia a quadri, per il mio anniversario esigo assolutamente il lino bianco damascato. Avgusta, ti prego, trita le verdure dell’insalata molto più fini del solito: una mia cara amica d’infanzia ha una protesi dentaria delicata e fatica a masticare i pezzi grossi.»
Non dissi una sola parola di protesta. Mi limitai a chinare il capo e a tritare l’insalata ancora più finemente, fino a ridurla quasi a una purea informe, mentre il sudore mi colava lungo la nuca.
Alle tre del pomeriggio la tavolata monumentale era apparecchiata alla perfezione. Venticinque persone presero posto tra chiacchiere chiassose e brindisi preliminari. Oleg stappava bottiglie di vino con gesto teatrale, mentre Larisa sedeva radiosa ricevendo doni impacchettati, complimenti sperticati e auguri calorosi. Io ero bloccata nell’angolo più caldo della cucina, china sul piano di cottura a smistare le porzioni calde sui piatti da portata per servirle prima che perdessero fragranza.
Al secondo giro di brindisi, Larisa infilzò con la forchetta una generosa porzione di aringa sotto pelliccia — un piatto tradizionale laborioso che mi era costato ore di stratificazione metodica tra filetti marinati, maionese, uova, carote e barbabietole grattugiate finemente. Masticò per qualche istante a labbra strette, assunse un’espressione di disgusto teatrale e sentenziò a voce altissima, affinché l’intera tavolata potesse udirla chiaramente:
«Avgusta, anime mie, ma quanto sale ci hai buttato dentro? È immangiabile. Saranno le barbabietole troppo corrotte, oppure hai dimenticato di dissalare l’aringa nel latte prima di comporla.»
I venticinque commensali ammutolirono di colpo. Qualcuno abbassò imbarazzato lo sguardo sul proprio tovagliolo; altri si scambiarono occhiate furtive a fior di labbra. Sentii una vampata di sangue rovente salirmi dalle viscere fino alle orecchie, facendomele fischiare come una caldaia in pressione.
«Cucinatelo da sola la prossima volta», scandii lentamente, piantandomi sulla soglia della sala da pranzo con le mani unte lungo i fianchi. «La cucina è libera. I fornelli sono lì che ti aspettano.»
Larisa trasalì visibilmente, portandosi una mano all’altezza del decolleté.
«Ma insomma… stavo solo scherzando, cercavo di stemperare!» pigolò con aria da vittima ferita. «Perché devi sempre reagire con questa aggressività velenosa?»
«Io non sto affatto reagendo d’impulso», risposi con un timbro che non ammetteva repliche, mentre il silenzio nella stanza diventava tombale. «Sono tre giorni che cucino ininterrottamente per venticinque persone che a malapena conosco. A titolo assolutamente gratuito. Per la tua festa personale. In casa mia.»
Un silenzio denso e pesante calò sulla sala come una cappa di piombo. Oleg posò lentamente il cavatappi d’argento sulla tovaglia bianca, con la mascella contratta.
«Avgusta», sibilò tra i denti a bassa voce, fulminandomi con lo sguardo. «Ne parliamo dopo. Risparmiaci questo spettacolo indecente.»
«Dopo quando, Oleg?» incalzai senza arretrare di un millimetro. «Dopo che avrò servito le prossime trenta portate e lavato i bicchieri da cui avete appena brindato?»
Girai sui tacchi e tornai in cucina sbattendo la porta. Le mani mi tremavano vistosamente, ma non per la paura o per la debolezza: era pura, limpida, incontrollabile collera accumulata strato su strato per oltre un decennio. Dodici lunghi anni di vita. Cento banchetti allestiti dal nulla. E da quella donna non avevo mai, mai ricevuto una sola attestazione di gratitudine. Soltanto osservazioni saccenti, appunti pedanti, critiche sprezzanti: poco sale, troppo pepe, la tovaglia non abbastanza inamidata, le posate d’argento disposte nel verso sbagliato.
Quella notte, dopo che l’ultimo ospite si fu dileguato nella nebbia dell’autunno, Oleg spalancò con impeto la porta della cucina.
«Mi hai coperto di ridicolo davanti a mia sorella e ai suoi parenti più stretti», ruggì a pochi centimetri dal mio viso.
Ero china sulla vasca del lavandino a sciacquare i calici di cristallo. Ventisei bicchieri: Larisa ne aveva mandato uno in frantumi sul pavimento della sala rovesciando il braccio all’indietro, senza nemmeno degnarsi di raccogliere i cocci o mormorare una parola di scusa.
«E tu hai calpestato la mia dignità davanti a venticinque estranei rimanendo in silenzio di fronte alle sue villanie», replicai a denti stretti, senza nemmeno voltarmi verso di lui.
Oleg serrò i pugni, si voltò furibondo, si diresse a grandi passi nella camera matrimoniale e sbatté la porta con una violenza tale da far tremare i quadri lungo il corridoio.
Lavai ogni singola stoviglia da sola. Come sempre. Quella sera, mentre l’orologio a pendolo segnava le ore piccole, feci il computo finale del disastro: ottantacinque piatti fondi e piani, venticinque bicchieri, tre teglie da forno unte fino all’inverosimile, cinque pentole incrostate, decine di ciotole, salsiere e una selva di posate d’argento da lucidare a mano. Due ore e venti minuti continuativi di immersione nell’acqua calda mista a detersivo concentrato. Quando terminai, verso l’una e mezza, spensi la luce al neon e mi accasciai su uno sgabello di legno nell’angolo buio della cucina. La colonna vertebrale mi doleva come se fosse stata percossa con una verga; i polpastrelli delle mani erano gonfi, bianchicci e macerati dall’acqua bollente.
Una settimana dopo quell’episodio, Oleg si presentò in cucina con l’aria trionfante di chi sta per dispensare una grazia sovrana: a Capodanno avremmo ospitato trenta persone per il cenone di fine anno.
Trenta invitati.
Non urlai. Non protestai. Non tentai nemmeno di intavolare una discussione razionale. Mi limitai a prendere un pennarello nero a punta spessa, tracciai la cifra “30” a caratteri cubitali su un foglietto di carta bianca e lo fissai sulla porta del frigorifero con un magnete a forma di ferro di cavallo.
Iniziai i preparativi la mattina del ventinove dicembre, sottraendo ore preziose al sonno e al riposo delle ferie natalizie. Preparai l’aspic di carne gelatinosa, sformati complessi, tre distinte insalate della tradizione ricche di salse e maionese, una monumentale torta rustica ripiena di salmone e storione affumicato, anatre ripiene di mele e prugne secche pronte per il forno, patate al forno tagliate a spicchi con aglio e rosmarino, una sfilata infinita di tartine, canapè e taglieri misti, oltre a due grandi torte alla crema stratificate. Il contributo concreto di Oleg a quella mastodontica impresa domestica si limitò all’acquisto di un abete sintetico a buon mercato, che trascinò al centro del salone decorandolo frettolosamente con una catena di luci intermittenti comprate al supermercato. Quello fu l’intero apporto delle sue energie.
Il trentuno dicembre, alle quattro del pomeriggio esatte, infilai il mio grembiule da lavoro. Sempre il medesimo capo di tela robusta, di un vecchio blu oltremare ormai sbiadito dal tempo e dai lavaggi ad alte temperature, dotato di un’ampia tasca ventrale dove tengo abitualmente infilato un canovaccio asciutto. Erano dodici anni che indossavo quella divisa non retribuita: gli orli apparivano consunti, il tessuto si era assottigliato nei punti di maggiore attrito e una delle bretelle laterali era stata ricucita a mano due volte con del filo da imbastitura più scuro.
Gli ospiti cominciarono ad affluire a scaglioni a partire dalle sette di sera. Alle nove in punto il salone era stipato all’inverosimile: trenta persone che parlavano ad alta voce, ridevano, si scambiavano auguri fragorosi e occupavano ogni millimetro disponibile della tavola a ferro di cavallo. C’erano i colleghi dell’ufficio con le rispettive consorti, cugini di secondo grado mai visti durante l’anno, i vicini di casa della villetta adiacente e, immancabile, Larisa scortata dal marito silenzioso e compiacente. Oleg stazionava orgoglioso sulla soglia della sala, stringendo mani con vigore, distribuendo baci sulle guance e pacche sonore sulle spalle di chiunque entrasse. Io, nel frattempo, continuavo la mia spola estenuante tra l’antro caliginoso dei fornelli e il fulgore della sala da pranzo. Avanti e indietro, avanti e indietro, con i vassoi incandescenti sollevati all’altezza del petto per non urtare gli invitati.
Verso le dieci e mezza feci il mio ingresso in salotto recando il quarto monumentale vassoio di stuzzichini caldi — le prime tre portate erano state divorate con voracità felina nel giro di mezz’ora — e mi affrettai a riguadagnare la cucina per sovrintendere alla cottura del piatto forte della mezzanotte. L’anatra farcita stava completando la doratura nel forno principale sprigionando vapori intensi; le patate novelle nella grande casseruola rischiavano di intiepidirsi e necessitavano di essere ripassate a fiamma viva con una noce di burro chiarificato. Posizionai la padella di ferro sul fuoco grande e afferrai il manico con una presina.
In quell’istante preciso la porta della cucina si aprì cigolando leggermente. Oleg mise dentro la testa. Aveva la cravatta di seta allentata e vistosamente storta, i pomelli delle guance arrossati dall’alcol ingerito e reggeva nella mano destra un calice di cristallo colmo di spumante d’annata.
«Allora, si può sapere dove si è incagliata questa benedetta portata principale?» domandò con voce impastata e spazientita, scandendo le parole con fastidio. «La gente di là comincia ad avere fame vera. Genka è già la terza volta che mi chiede all’orecchio quando serviamo l’anatra arrosto.»
Ero ferma a pochi centimetri dai bruciatori accesi. Il mio vecchio grembiule blu era disseminato di macchie scure d’unto, schizzi di salsa di pomodoro e tracce di farina. Le mie mani emanavano un odore penetrante di cipolla soffritta, grasso d’oca e residui di pesce pulito nelle prime ore del giorno. Oltre il tramezzo di cartongesso, trenta persone che Oleg aveva invitato per celebrare la propria immagine sociale stavano ridendo a crepapelle, brindando alla prosperità dell’anno venturo. Trenta persone a cui stavo facendo da cuoca, cameriera e sguattera fin dall’alba.
«Sarà tutto pronto tra una manciata di minuti», risposi con un filo di voce opaca.
«E allora muoviti, dammi retta, sbrigati un attimo», tagliò corto lui tracannando l’ultimo sorso dal bicchiere. «È l’ultimo dell’anno, cerca di darti una mossa, è una festa!»
Una festa.
Riflettei su quel concetto astratto mentre Oleg girava i tacchi e tornava nel salone illuminato a giorno, annunciando a gran voce: «Tenetevi pronti, signori! La cucina sta sfornando il capolavoro della serata!» seguito da un boato di approvazione e dal tintinnio allegro dei bicchieri di cristallo.
Una festa. Avevo passato settantadue ore consecutive in piedi a pianificare ogni singolo grammo di cibo destinato a quella tavolata. Il trentuno dicembre la mia sveglia era suonata alle sei del mattino. Non avevo avuto il tempo materiale di lavarmi i capelli, di stendere un velo di crema sul viso, di truccarmi gli occhi stanchi. Non avevo avuto nemmeno il tempo di cambiarmi d’abito: sotto il grembiule di tela logora indossavo ancora il vecchio maglione di lana grezza che avevo infilato la mattina presto per sventrare il pesce e sgrassare i volatili.
Abbassai lo sguardo sui miei palmi aperti. Erano rossi, gonfi, ruvidi come carta vetrata a grana grossa. Sul polso sinistro spiccava una vistosa bruciatura allungata, ancora infiammata e scarlatta, rimediata il pomeriggio precedente mentre estraevo la teglia bollente della torta dal ripiano più alto del forno.
Dodici anni di vita matrimoniale. Novantasei banchetti sontuosi allestiti dal nulla. Quattordici ore di fatica muscolare per ciascuno di essi. Un totale esatto di milletrecentoquarantaquattro ore di manovalanza domestica. Cinquantasei giorni solari interi della mia esistenza terrena, quasi due mesi consecutivi di vita, trascorsi chiusa dentro quel perimetro di piastrelle e vapori unti a beneficio dei suoi colleghi, dei suoi compagni di bevute, dei suoi parenti arroganti.
E in cinquantasei giorni di fatica, Oleg non aveva mai lavato un solo piatto.
Sentii i muscoli delle dita contrarsi lentamente in un pugno serrato. Poi, nel profondo della cassa toracica, percepii chiaramente qualcosa che si muoveva: non un crollo drammatico, non un’esplosione isterica, ma un mutamento secco, preciso e definitivo. Il suono metallico di un chiavistello arrugginito che finalmente si sblocca, scivola via dalla sua sede e lascia spalancata la porta.
Allungai la mano destra verso il fornello. Con un gesto calmo e misurato, ruotai la manopola fino a estinguere la fiamma bluastra del gas. Mi portai le mani dietro la nuca, slacciai il nodo della bretella del grembiule, poi slegai le fettucce intorno alla vita. Rimossa la tela blu, la piegai con millimetrica precisione sul tagliere di legno, componendo un rettangolo perfetto, e la posai accanto a mezzo limone spremuto e dimenticato sul piano da lavoro.
A testa alta, varcai la soglia della cucina e mi diressi verso la sala da pranzo.
Trenta invitati sedevano stipati attorno alla tavola imbandita a festa. Oleg giganteggiava a capotavola con il tovagliolo infilato nel colletto della camicia e il calice sollevato verso l’alto; Larisa, alla sua destra, sfoggiava un abito scollato color rosso scarlatto e sorseggiava spumante con aria annoiata; Genka stava masticando avidamente l’ennesimo boccone di pane e cavolo; la moglie di un funzionario d’ufficio stava raddrizzando una ghirlanda argentata tra i rami dell’albero di Natale artificiale.
«Oleg», dissi, senza alzare il tono della voce, ma con un’intonazione così metallica e tagliente da fendere il frastuono generale.
Lui si voltò a metà, col sorriso gioviale ancora stampato sulla faccia lucida.
«Li hai invitati tu. Adesso alzati e servili tu.»
Un silenzio istantaneo e raggelante calò sulla stanza, denso come una nevicata improvvisa. Trenta paia di occhi si puntarono su di me all’unisono. Genka si bloccò all’istante, con la mandibola a mezz’aria e il pane fermo tra i denti.
«Il piatto principale è sui fornelli», proseguii, misurando le parole come se stessi leggendo le clausole di una perizia contrattuale. «L’anatra arrosto è nel forno ventilato, le patate novelle sono nella pentola di ghisa. I piatti da portata di ricambio sono riposti nel ripiano più alto della credenza a muro. La spugna per il sapone e il detersivo per i piatti si trovano nel mobiletto sotto il lavandino. Anche se ho seri dubbi che tu sappia dove si trovi quel vano: in dodici anni che viviamo sotto questo tetto non ti sei mai preso la briga di aprirlo per cercarla.»
Oleg scattò in piedi, rovesciando quasi la sedia all’indietro, con gli occhi sbarrati dalla furia e dalla vergogna.
«Avgusta! Ma cosa diavolo stai dicendo? Sei impazzita del tutto? Davanti a tutta questa gente?»
«Tu non provi la benché minima vergogna davanti a tutta questa gente», replicai fissandolo dritto nelle pupille dilatate, senza arretrare di un millimetro. «Non ti sei mai vergognato di vedermi scaricare decine di piatti sporchi per ore intere. Non ti sei mai vergognato di guardarmi con indosso lo stesso grembiule bisunto dalle sei del mattino mentre tu ti cambiavi d’abito. Non ti sei vergognato nemmeno quando tua sorella ha sputato veleno sul mio operato seduta comodamente a casa mia.»
Larisa aprì la bocca per ribattere, colpita nell’orgoglio, ma la richiuse subito, intimidita dal gelo del mio sguardo; poi provò a riaprirla, sbattendo le palpebre cariche di mascara:
«Avgusta, ma andiamo, che modi sono questi… tu sei pur sempre la padrona di casa, sei la moglie di—»
«Cosa sarei io, Larisa?» la interruppi voltandomi direttamente verso di lei. «Una moglie? Certamente, sono una moglie legittima. Ma non sono la cuoca a gettone per trenta sfaccendati che vogliono gozzovigliare gratis. Non sono la lavapiatti a domicilio di nessuno. E non sono la cameriera di questa corte.»
Feci scorrere lo sguardo circolare su tutta la lunghezza della tavolata: bicchieri unti, tovaglioli di lino accartocciati nei piatti sporchi, colature di vino che avevano ormai trapassato la trama del tessuto che avevo stirato accuratamente all’alba.
«Buon anno a tutti», dissi con un mezzo inchino privo di qualsiasi calore.
Girai le spalle alla sala e mi avviai verso la scalinata di legno che conduce al piano superiore. Salii i gradini con passo fermo e misurato, entrai nella nostra camera da letto, girai la chiave nella toppa con un clic rassicurante e mi sdraiai sopra il copriletto pesante, ancora vestita con quel maglione che sapeva di pesce e di fatica.
Al piano di sotto regnò inizialmente un silenzio spettrale, rotto soltanto dal brusio smorzato di bisbigli imbarazzati. Poi, dopo una decina di minuti, cominciai a udire il rumore secco e disordinato di stoviglie maneggiate con malagrazia: qualcuno stava cercando di impilare i piatti senza criterio. Poco dopo si udì il sibilo sordo delle condutture e il rumore dell’acqua calda che scorreva a pieno getto nel lavandino della cucina.
Rimasi distesa a fissare le modanature del soffitto nella penombra. Il battito del mio cuore era perfettamente regolare, lento, calmo. I tremori nervosi alle dita erano completamente svaniti.
Circa mezz’ora più tardi avvertii passi pesanti salire le scale. La maniglia della porta della camera venne abbassata a vuoto, poi la chiave girò dall’esterno. Oleg aprì la porta di qualche centimetro e rimase impalato sulla soglia, stagliato contro la luce fioca della lampada del pianerottolo. Aveva le maniche della camicia bianca arrotolate goffamente fino ai gomiti e una macchia d’unto sul petto.
«Ho lavato i piatti», disse con tono lugubre, quasi a voler reclamare una medaglia al valore civile. «Quattro pezzi.»
Quattro piatti. Su un totale stimato di centoventi elementi tra ceramiche, posate e vetri.
«Gli altri centosedici sono lì che aspettano il loro turno», risposi con voce atona, senza nemmeno degnarmi di girare la testa verso la porta.
Oleg rimase immobile per qualche lungo secondo, respirando rumorosamente attraverso il naso. Poi richiuse la porta con lentezza e scese di nuovo le scale. Poco dopo, il sibilo dell’acqua corrente riprese a vibrare nelle tubature dell’impianto idraulico.
Quella notte di San Silvestro, per la prima volta in cinquantasei anni di vita terrena, mio marito Oleg lavò un piatto da solo. Poi ne lavò un secondo, un terzo, un quarto. Alcuni degli invitati più discreti si rimboccarono le maniche e decisero di dare una mano per uscire dall’impasse: qualcuno sparecchiò i vassoi, qualcun altro passò lo straccio sui tavoli per togliere le briciole, Genka si occupò di raccogliere i sacchi neri dell’immondizia e portarli nei bidoni in strada. Larisa, stando a quanto riuscii a ricostruire dai rumori felpati, rimase seduta impietrita su una sedia in salotto per il resto della notte, senza fiatare.
Io me ne restai al buio, con le braccia conserte sul petto. Il nuovo anno fece il suo ingresso nel mondo senza la mia presenza. Udii distintamente i dodici rintocchi della mezzanotte trasmessi dal televisore al piano inferiore, seguiti da un coro di auguri fiacchi, formali e privi di entusiasmo. Nessuno osò salire le scale per venirmi a chiamare.
Presi sonno verso mezzanotte e mezza, scivolando in un riposo profondo e ristoratore. Per la prima volta in dodici lunghi anni di San Silvestro, mi addormentai senza i palmi gonfi d’acqua bollente e senza la schiena spezzata dalle fatiche della cucina.
È passato ormai più di un mese da quella sera di Capodanno. La vita nella nostra villetta ha cambiato coordinate in modo radicale. Oleg non ha più invitato una sola persona a varcare la soglia di casa nostra. Non una telefonata conviviale, non un messaggio ai colleghi, nessun fatidico “sabato sera passano i ragazzi a fare due chiacchiere”. Si muove per le stanze avvolto in un silenzio tombale, pesantemente offeso nell’orgoglio virile, chiuso in un mutismo ostinato e rancoroso. Durante i pasti consuma il cibo fissando ostinatamente il fondo del suo piatto di ceramica. Quel piatto che adesso, con movimenti rigidi e quasi dispettosi, provvede a sciacquare e riporre da solo nel gocciolatoio. Non lo fa sempre, intendiamoci, ma capita con una frequenza che fino a due mesi fa sarebbe parsa pura fantascienza domestica.
Sua sorella Larisa telefona ancora con precisione chirurgica una volta alla settimana. Non chiama me, naturalmente; cerca il fratello. Ma dalla cucina continuo a percepire i frammenti della sua voce stridula che filtra dal ricevitore: «Ti ha umiliato pubblicamente davanti a persone di riguardo… le donne perbene non si comportano a quel modo… dovresti farti valere, Oleg». Mio marito ascolta in silenzio, annuisce debolmente a vuoto, poi riaggancia il telefono e torna a rintanarsi nel suo mutismo impenetrabile.
Pochi giorni fa ho incrociato per caso Gennady davanti al cancello del vialetto, mentre portavo fuori la posta. Appena mi ha vista ha distolto frettolosamente lo sguardo verso le aiuole gelate, poi si è fatto coraggio, ha accennato un mezzo saluto con la mano e ha mormorato a mezza voce: «Certo che quella sera ci sei andata giù pesante, Avgusta… però, a essere del tutto sinceri, ti capisco benissimo».
Io non rispondo. Dormo sonni sereni, lunghi e ininterrotti per otto ore a notte. La pelle delle mie mani è completamente guarita, ha riacquistato morbidezza ed elasticità; la cicatrice della bruciatura sul polso sinistro è sbiadita fino a scomparire del tutto nel candore dell’epidermide. Il mio vecchio grembiule da cucina di tela blu oltremare pende immobile dal suo gancio dietro la porta della dispensa: pulito, lavato accuratamente con sapone di Marsiglia e stirato a dovere. In tutto questo mese non l’ho indossato nemmeno una volta.
A volte, mentre guardo il riflesso della luna sui vetri puliti della cucina, mi domando se io abbia davvero esagerato quella sera, consumando la mia ribellione teatrale davanti a trenta testimoni attoniti. Oppure se la vera, imperdonabile esagerazione non siano stati quei dodici interminabili anni trascorsi a subire in silenzio.