«Non è niente di serio», disse mio marito quando, davanti a tutti, trasferì i nostri soldi a sua madre per un regalo. Divenne serio per lui già il giorno dopo.

Quando il tuo stesso marito trasferisce solennemente i vostri risparmi comuni sul conto di sua madre proprio alla tavola della festa, la cosa più importante è non battere ciglio. Non una contrazione del sopracciglio, non un sospiro strozzato, nemmeno quel millimetrico irrigidimento della mascella che tradisce il panico o la furia. Bisogna restare impassibili come una scultura di marmo in una galleria d’arte moderna.

«Non è niente di grave, Lenusik, ne guadagneremo altri», annunciò allegramente Borya, infilandosi in bocca una generosa porzione di insalata russa annegata nella maionese con la beata noncuranza di chi si sente l’arbitro indiscusso del mondo.

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Sbagliava fatalmente. Per lui la faccenda divenne mortalmente seria esattamente ventiquattr’ore dopo, quando la notifica push dell’applicazione bancaria sul suo smartphone gli annunciò il prelievo istantaneo di una somma perfettamente identica. Solo che, in quel secondo frangente, il bonifico era partito per iniziativa mia.

 

Mi chiamo Elena, anche se tutti da sempre mi chiamano Lena. Ho trentaquattro anni e di professione faccio la curatrice di progetti espositivi. È un lavoro curioso, spesso frainteso da chi vive fuori dal circuito delle gallerie e dei musei: la mia occupazione quotidiana consiste essenzialmente nel prendere oggetti disparati, frammenti visivi, tele concettuali, sculture apparentemente prive di correlazione logica — a volte perfino elementi deliberatamente assurdi — e disporli all’interno di uno spazio geometrico fino a ricavarne una narrazione fluida, armoniosa, inattaccabile. In sintesi, sono una persona addestrata a organizzare il caos metodicamente, senza mai alzare la voce, calcolando i pesi e le distanze al millimetro.

Mio marito Boris, trentotto anni suonati, fa il tecnico regolatore di grandi forni industriali. La sua routine si consuma tra tubature metalliche, fiamme controllate, valvole di pressione e colleghi imbrattati di fuliggine. Il dramma di Boris era la sua radicata convinzione ideologica: era sinceramente, intimamente convinto di incarnare il prototipo del maschio alfa industriale post-sovietico, quell’archetipo granitico di capofamiglia che ha il sacro diritto di battere il pugno sul tavolo e prendere decisioni virili, definitive e irrevocabili.

C’era solo una minuscola, trascurabile falla nell’architettura patriarcale di Borya: per qualche misteriosa ragione statistica, le sue audaci e magnanime decisioni da uomo d’onore venivano sistematicamente saldate con i fondi del mio conto in banca.

E poi, naturalmente, c’era sua madre. Galina Yuryevna, sessantuno anni, fresca pensionata con un passato glorioso da direttrice di una merceria statale negli ultimi, convulsi anni del regime sovietico. Chiunque abbia una minima nozione di storia materiale sa bene che cosa significasse gestire tessuti, bottoni e accessori nell’era della perenne penuria: una donna capace di procurarsi rocchetti di lurex sintetico importato e cerniere lampo finlandesi quando i negozi esponevano solo scaffali vuoti conserva per tutta la vita l’attitudine incrollabile di chi manovra i destini umani. Galina Yuryevna non chiedeva mai le cose: le suggeriva con l’aria di chi concede un’opportunità di redenzione morale. Adorava definirsi una donna semplice, amante dei «pensieri simbolici». Il problema era che, dietro la facciata di questo francescano simbolismo, si celavano regolarmente richieste pecuniarie da far sbiancare il capo contabile di una multinazionale quotata in borsa.

Il capolavoro scenico andò in onda durante il pranzo per il sessantacinquesimo compleanno di zia Zina. Immaginate la tipica tavolata delle grandi ricorrenze di provincia: una ventina di parenti stipati in una sala da pranzo riscaldata all’eccesso, tovaglie di lino pesante ornate da bicchieri di cristallo lavorato che tintinnavano a ogni brindisi, vassoi colmi di aringhe sotto pelliccia, tartine con caviale di dubbia provenienza, arrosti lardellati e quel pervasivo, nostalgico profumo di aneto, aglio e maionese industriale che contraddistingue ogni festa di famiglia degna di questo nome.

Galina Yuryevna, seduta a capotavola con la maestà di una zarina spodestata, monopolizzava la conversazione.

«Oh, la mia povera schiena… non ne avete un’idea», sospirò melodrammaticamente l’anziana donna, portandosi una mano curata alla nuca per aggiustarsi una massiccia catenina d’oro a maglia marina. «Ieri guardavo quel canale di televendite specializzate… C’era un modello giapponese di poltrona da massaggio, una meraviglia assoluta. Con scansione biometrica della postura, rulli termici in ceramica, modalità a gravità zero… Trecentocinquantamila rubli, pensate un po’! Una cifra vertiginosa per una povera pensionata come me. Ma che ci volete fare? Il lusso è fatto per i giovani. Io mi trascinerò curva per quel poco che mi resta da vivere, con la sciatica che morde…»

Pronunciò l’ultima frase lasciando cadere lo sguardo sul piatto, con gli occhi umidi di un’autocommiserazione studiata a tavolino davanti allo specchio.

Fu in quell’esatto istante che vidi Boris raddrizzare la schiena. Nei suoi occhi castani lampeggiò quella vanità infantile, rozza e irresistibile che conoscevo fin troppo bene. Voleva disperatamente sentirsi il mecenate, l’oligarca benevolo, il primogenito d’oro ammirato da zie, cugini e cognati. Voleva il trionfo plateale.

Senza dire una sillaba, con la solennità di un sovrano che firma un editto imperiale, tirò fuori dalla giacca il suo smartphone. Sbloccò lo schermo con l’impronta digitale e aprì l’applicazione del nostro conto di risparmio cointestato.

Non un conto secondario, badate bene. Era il salvadanaio blindato sul quale, mese dopo mese, per quasi un anno intero, avevamo accantonato ogni singolo rublo per sostituire la mia utilitaria ormai logora e finanziare un lungo viaggio in Spagna che sognavo da prima della pandemia. Ma soprattutto, era un deposito che per oltre il settanta percento era stato alimentato dal mio onorario per la curatela della biennale d’arte contemporanea della capitale: tre mesi di notti insonni, cataloghi impaginati all’alba e liti feroci con allestitori e galleristi bizzosi.

«Mamma, non dire sciocchezze!» tuonò Boris con voce baritonale, attirando l’attenzione di tutta la tavolata. «Finché ci sono io, tu non vivrai curva! Scegli pure il modello che preferisci, ci penso io!»

Premette con il pollice il tasto verde di conferma sullo schermo. La transazione fu istantanea.

Un coro di gemiti estasiati si levò dai parenti. Zia Zina si asciugò una finta lacrima con il tovagliolo di carta, lo zio Viktor esclamò un roco «Questo sì che è un uomo!», mentre le cugine guardavano Galina Yuryevna con invidia a malapena dissimulata.

Io, dal canto mio, posai con millimetrica delicatezza la forchetta d’argento sul bordo del piatto fondo. Non emisi un fiato. Boris incrociò il mio sguardo per una frazione di secondo; colse forse l’abisso di gelo nei miei occhi, ma si limitò a liquidarmi con un frettoloso cuscino d’aria, agitando la mano aperta.

«Non è successo niente di grave, Lenusik. I soldi vanno e vengono.»

Galina Yuryevna, con la voce incrinata dal trionfo, rincarò la dose indirizzandosi alla sala: «Un vero uomo non sta a contare i centesimi quando c’è di mezzo la salute e la serenità della madre. Un figlio con un cuore d’oro darebbe via perfino l’ultima camicia!»

Sorseggiai un goccio d’acqua minerale, poggiai il bicchiere e mormorai con tono serafico: «Ha perfettamente ragione, cara Galina Yuryevna. La nobiltà d’animo brilla ancora di più quando quell’ultima camicia è stata tessuta interamente con il premio di produzione della mia ultima stagione espositiva.»

A tavola scese un gelo improvviso, ma il tintinnio dei brindisi riprese quasi subito, soffocando la mia battuta sotto una coltre di ipocrisia festosa.

 

Durante il tragitto di ritorno verso casa, a bordo della mia vettura — di cui Boris ignorava perfino il costo dell’ultimo tagliando —, mio marito si sentì in dovere di impartirmi una solenne lezione di filosofia spicciola. Alzava l’indice guidando con una mano sola, spiegandomi con tono paternalistico l’importanza dei valori tradizionali, la sacralità della filiale devozione e l’aridità del mio carattere. Mi disse che ero attaccata al fango materiale, che i soldi in fondo non erano altro che polvere al vento e che la vera famiglia si misura sulla capacità spontanea di donare felicità senza calcoli da bottegaio.

Non ribattei. Me ne rimasi rannicchiata contro il finestrino, osservando i lampioni al sodio della tangenziale che scorrevano nel buio come filamenti dorati. Nella mia testa non c’era rabbia cieca; c’era la fredda lucidità di chi allestisce una mostra d’urgenza. Se il denaro non era altro che polvere effimera, mi dissi, era giunto il momento di dare una vigorosa passata di scopa nella mia esistenza.

La mattina seguente la sveglia suonò alle sei. Boris si alzò, trangugiò un caffè borbottando qualcosa sul turno di taratura dei forni all’acciaieria e uscì sbattendo la porta blindata.

Non appena udii il rumore metallico dell’ascensore scendere, scesi dal letto. Feci una doccia con calma, scelsi un completo pantalone color antracite dal taglio impeccabile, raccolsi i capelli biondi in uno chignon tiratissimo e ordinai un taxi per il centro storico.

C’era un oggetto che desideravo da almeno due anni. Un orologio da polso svizzero, una serie numerata prodotta da una storica manifattura ginevrina: cassa extrapiatta in acciaio satinato, quadrante blu notte con lancette a foglia e vetro zaffiro antiriflesso a doppia curvatura. Un capolavoro di micromeccanica pura, sobrio, austero, eterno. Ogni volta che in passato mi ero soffermata a guardarlo nella vetrina del corso, Boris aveva immancabilmente liquidato il mio desiderio come un’inutile vanità da borghese viziata, ricordandomi con la sua consueta ironia da officina che «l’ora esatta si legge gratis sul display del forno a microonde».

Ma quella mattina il paradigma era mutato. Il bilanciamento delle forze sul campo richiedeva un intervento correttivo.

La boutique mi accolse con il discreto scatto della serratura elettronica: pavimenti in rovere scuro, una leggera fragranza di sandalo e cedro nell’aria e un quartetto jazz che suonava a volume impercettibile in sottofondo. Il commesso, un ragazzo impeccabile in giacca doppiopetto, posò l’esemplare su un vassoio di velluto grigio.

Lo allacciai al polso. Il peso dell’acciaio e la morbidezza del cinturino in alligatore erano una carezza perfetta. Il cartellino del prezzo segnava esattamente trecentocinquantamila rubli. Nemmeno un centesimo in più, nemmeno uno in meno rispetto al presunto benessere lombare di mia suocera.

«Lo prendo», dissi porgendo la carta di debito. Quella legata al nostro conto comune, ormai prossimo al prosciugamento termodinamico.

Quando uscii sul marciapiede inondato dalla luce fredda del mattino, sentii una sensazione di leggerezza quasi fisica. Non avevo semplicemente acquistato un segnatempo d’alta gamma; avevo firmato il riscatto della mia dignità, ristabilendo con precisione svizzera l’armonia violata dell’universo.

Verso le sette di sera, la porta d’ingresso del mio appartamento vibrò come colpita da un ariete medievale. Boris fece il suo ingresso trionfale nel corridoio, scagliando la giacca a terra e brandendo il telefono cellulare a mezz’aria come se stesse cercando di scacciare un nugolo di vespe invisibili.

Aveva il collo paonazzo, le vene temporali gonfie e il respiro corto. Mi piazzò lo schermo luminoso a pochi millimetri dal naso, sbraitando con voce stridula: «Che cosa diavolo significa questo?! Trecentocinquantamila rubli polverizzati alle undici del mattino?! Sei impazzita del tutto?!»

Lo guardai con l’interesse clinico che un entomologo riserva a uno scarabeo stercorario particolarmente agitato.

«La famiglia è un organismo collettivo!» continuò a urlare Boris, gesticolando freneticamente. «Nel matrimonio le decisioni finanziarie di questa portata si concordano punto per punto! Ci sono delle gerarchie, ci sono delle regole etiche condivise! Tu hai infranto il nostro patto coniugale! Trecentomila rubli buttati nella spazzatura!»

«Affascinante riflessione, Boris», risposi senza alterare minimamente il tono della voce. «E dimmi: la poltrona reclinabile con dodici programmi di digitopressione per tua madre era stata forse ratificata da un vertice bilaterale notturno? O dobbiamo presumere che ieri la tua consueta telepatia con il cosmo abbia avuto un momento di defaillance tecnica?»

Boris accennò una virata brusca verso la cucina, ma l’impeto della rabbia gli fece calcolare male gli spazi: inciampò pesantemente nel bordo del tappeto persiano e fu costretto a una goffa serie di mulinelli con le braccia per evitare di sfondare il tavolino di cristallo con la fronte. Raggiunto un precario equilibrio contro lo stipite della porta, sembrava un soldatino di latta con la molla interna rotta a metà carica.

«Quella era un’altra cosa!» ruggì, sputando saliva sui listoni del parquet. «Quella era per mia madre! Un atto d’amore filiale! Tu invece hai dilapidato le nostre riserve per il tuo egoismo infantile e capriccioso!»

La commedia toccò il suo vertice tragico circa un’ora più tardi, quando sul pianerottolo risuonò il passo marziale di Galina Yuryevna. Allertata d’urgenza dal rampollo tramite chiamata d’emergenza, la nobildonna della merceria si materializzò nell’atrio per difendere il valore strategico del proprio feudo. Non si tolse nemmeno il cappotto col collo di finto visone: entrò sparata nel salotto puntandomi contro un indice accusatore.

«Sei una creatura vuota, arida e calcolatrice!» esordì a pieni polmoni, con una voce che dovette far sobbalzare i vicini di casa fino al terzo piano. «Mio figlio si spezza la spina dorsale davanti a forni a ottocento gradi, suda sangue per costruire una famiglia, e tu prendi il frutto del suo sacrificio operaio per comprarti delle cianfrusaglie da donna fatua!»

Allungai con calma il braccio sinistro davanti a me, ruotai leggermente il polso per ammirare il riflesso cobalto del quadrante sotto il lampadario e poi fissai dritto negli occhi la signora.

«Vede, Galina Yuryevna, il sudore e il sangue di suo figlio, se vogliamo essere brutalmente onesti con le tabelline matematiche, coprono a malapena le bollette della luce, del gas e le spese condominiali di questo appartamento. E la mia ‘cianfrusaglia’ da polso è stata acquistata esattamente con quella metà del conto che il suo premuroso ragazzo non aveva ancora fatto in tempo a girare sul suo conto per i massaggi lombari. Abbiamo semplicemente pareggiato la contabilità domestica.»

Galina Yuryevna sbarrò gli occhi, soffocando un gemito indignato e incrociando teatralmente le braccia sul petto come un’eroina dell’opera russa caduta in disgrazia. Boris capì che la dialettica razionale lo vedeva irrimediabilmente sconfitto su tutta la linea. Passò quindi alla sua mossa prediletta nei momenti di crisi: l’ultimatum da patriarca offeso.

«Senti un po’, Elena!» sbraitò gonfiando il torace da manovale. «Le cose stanno così: o domattina alle nove ti presenti in quella bottega, restituisci quel rottame d’orologio e rimetti ogni singolo centesimo sul conto di casa, oppure qui finisce tutto! Chiedo il divorzio immediato! Io non ho intenzione di tollerare una simile mancanza di rispetto e un simile disprezzo morale a casa mia!»

Pronunciò l’ultima frase picchiando il pugno contro la parete divisoria.

Mi presi qualche secondo di silenzio. Feci scorrere lo sguardo sulle pareti candide, sui soffitti alti tre metri e venti, sulle ampie finestre panoramiche che dominavano la vista sulla piazza alberata. L’appartamento signorile di centodieci metri quadri in cui ci trovavamo era stato acquistato e arredato da mia nonna materna ben dieci anni prima che io avessi la sfortuna di incrociare lo sguardo sfrontato di Boris in un locale del centro.

 

«Mi sembra un’idea eccellente, Borya», dissi, aprendomi in un sorriso radioso, sincero e rilassato. «Soltanto, facciamo un piccolo sforzo filologico per chiarire la terminologia di base: non siamo a casa tua. Questa è, è sempre stata e rimarrà solo ed esclusivamente casa mia.»

Senza aggiungere altro, mi voltai verso il ripostiglio in fondo al corridoio. Ne uscii con tre enormi sacchi neri di polietilene rinforzato per macerie edili, da centoventi litri di capienza ciascuno. Li spiegai con uno schiocco secco nell’aria e li depositai ordinatamente ai piedi di mio marito, rimasto immobile con la bocca spalancata.

«I tuoi maglioni di lana e le tute da lavoro sono sul secondo ripiano della cabina armadio», dissi con voce ferma e cadenzata. «Le tue cassette di chiavi inglesi sono impilate sul balcone di servizio. Le canne da pesca con i relativi stivali te le porto giù io stessa, così evitiamo che la polvere si sparga sul parquet appena lucidato. Puoi cominciare a impacchettare adesso.»

La fisionomia di Boris subì una metamorfosi cromatica sbalorditiva. Il rosso scuro della collera virò repentinamente verso un giallo itterico, per poi assestarsi su un grigio cenere spettrale. La sua granitica sicurezza di maschio alpha si sgretolò in un istante, franando al suolo con la consistenza friabile di biscotti secchi lasciati all’umidità.

In un lampo di improvvisa lucidità, il tecnico regolatore di forni capì la portata devastante dell’abisso in cui si era gettato da solo. Un divorzio legale non gli avrebbe fruttato un solo millimetro di quell’immobile nobiliare protetto da un regime di separazione dei beni inattaccabile. Se ne sarebbe andato con le stesse, identiche cose con cui era entrato nella mia vita quattro anni prima: una berlina usata con duecentomila chilometri sul groppone, una serie di chiavi a brugola e una sacca sportiva logorata sui bordi.

Cercò disperatamente lo sguardo di sua madre per trovare un appoggio tattico. Ma Galina Yuryevna aveva smesso di colpo i panni della spietata direttrice di merceria sovietica. Nei suoi occhi azzurrognoli non brillava più la superbia, ma un panico primordiale, viscerale.

L’anziana donna viveva infatti in un bilocale angusto e deprimente in una tipica palazzina dell’era Kruscev: stanze minuscole, pareti sottili come carta velina e soffitti bassi. Metà del minuscolo soggiorno sarebbe stata a breve ingombrata da una gigantesca poltrona da massaggio giapponese di trecento chili. L’altra metà della casa avrebbe dovuto accogliere un figlio trentottenne disoccupato d’affetti, senzatetto e furioso, che lei avrebbe dovuto mantenere e sfamare con la sua modesta pensione minima, dal momento che il salario industriale di Boris, decurtato delle rate dei suoi passati debiti, bastava a malapena a coprire la benzina e i pranzi alla mensa dello stabilimento.

«Lenochka… ma che fai…» belò Boris, indietreggiando istintivamente dai sacchi neri per l’immondizia come se contenessero scorie radioattive. «Perché reagisci in questo modo così drastico? Ci siamo scaldati un momento… abbiamo alzato la voce tutti quanti… In fondo non è successo niente di irreparabile…»

«È successo eccome, Borya», replicai, portando l’avambraccio all’altezza degli occhi per controllare il quadrante del mio orologio ginevrino, il cui meccanismo a scappamento ticchettava con precisione chirurgica. «Il tuo tempo a questo indirizzo è formalmente scaduto.»

Tre settimane più tardi, le pratiche per il divorzio consensuale venivano depositate e chiuse senza intoppi legali. Boris aveva traslocato l’intero suo guardaroba e la sua ferraglia nel salottino materno.

Secondo le indiscrezioni puntuali riportate da conoscenti comuni, la mirabolante poltrona giapponese dovette essere messa in vendita su un portale di annunci dell’usato a meno di metà del prezzo d’acquisto originale dopo appena dieci giorni: la gloriosa berlina di Borya aveva fuso la guarnizione della testata proprio nel mezzo della tangenziale, costringendo madre e figlio a sacrificare i prodigiosi rulli massaggianti per finanziare una riparazione d’urgenza dal meccanico.

Oggi Galina Yuryevna manda giù gocce di Corvalol a colazione, pranzo e cena, ma non più per simulare svenimenti a beneficio del pubblico festivo: ne ha bisogno sul serio per calmare le palpitazioni cardiache, mentre osserva il suo quarantenne maschio alfa svuotare metodicamente il frigorifero di casa prima di sdraiarsi sul divano a lagnarsi delle ingiustizie del destino.

E io? Io cammino per le sale illuminate delle mie mostre, incontro artisti, bevo caffè bollente senza maionese all’orizzonte e, di tanto in tanto, abbasso gli occhi per ammirare il quadrante blu notte del mio splendido orologio svizzero. La lancetta dei secondi scivola fluida, silenziosa e costante, ricordandomi a ogni battito una grande verità filosofica: liberarsi delle presenze tossiche e dei loro piccoli deliri di grandezza non è una perdita. Non è niente di grave, per l’appunto.

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