Sono stata sua moglie per sette anni.
Il giorno delle nozze ero convinta di aver trovato una roccia: qualcuno che mi avrebbe tenuta in piedi quando tutto il resto avrebbe vacillato. Invece era sabbia. Prima sembrava solida, poi ha iniziato a sbriciolarsi piano, senza rumore, finché mi è scivolata via dalle mani. La fine non arrivò con una catastrofe improvvisa, ma con segnali piccoli e continui: rientri sempre più tardivi, un codice sul telefono comparso dal nulla, e lei — la sua “migliore amica” — sempre presente, sempre troppo a suo agio, come se avesse un posto riservato nella nostra vita.
Il dettaglio più amaro? Quella donna era anche la mia migliore amica. Ci conoscevamo dai tempi dell’università. Per tutti era brillante, spiritosa, piena di energia. Io, però, avevo smesso di respirare ogni volta che li vedevo insieme. Non era gelosia: era quella sensazione viscerale che ti avverte quando qualcosa non torna. Quando provavo a sfiorare l’argomento, lui la chiudeva in due frasi. Se insistevo, diventava irritabile, come se la colpa fosse mia per aver notato ciò che era davanti agli occhi.
Un pomeriggio, con la naturalezza di chi ordina un caffè, mi disse che doveva prolungare una trasferta: quindici giorni su un’isola lontana, “poco segnale, riunioni tutto il giorno”. Io non sospettai nulla. Gli dissi solo di coprirsi, di non trascurare la salute. Poi il destino — con la sua ironia spietata — si infilò in mezzo senza bussare.
La mattina dopo, per puro caso, vidi un messaggio sul suo telefono. Poche righe, e mi si chiuse lo stomaco: quel viaggio non aveva niente a che fare col lavoro. Era una vacanza pianificata da tempo. Da lui. Con lei.
Rimasi ferma, come se qualcuno avesse spento l’audio del mondo. E la cosa più strana è che non lo affrontai. Non subito. Mi chiusi in un silenzio duro, lucidissimo. Volevo aspettarlo. Vederlo rientrare. Ascoltare fino a dove sarebbe arrivato con le bugie, guardandomi negli occhi.
Quei quindici giorni furono un’eternità. Di giorno mi aggrappavo alla routine per non cadere: la scuola, la spesa, i compiti con mia figlia. Di notte la casa diventava un tribunale, e io l’imputata costretta a rivedere ogni scena del passato, cercando il punto esatto in cui avevo smesso di essere importante. Mia figlia, innocente, mi domandava: «Mamma, perché papà lavora così lontano?». Io sorridevo male, e le lacrime mi tradivano lo stesso.
Quando tornò, sembrava uno che rientra da una parentesi felice: abbronzato, leggero, con le braccia piene di regali. Recitò perfino la parte del marito affettuoso — «Mi sei mancata tantissimo» — con una disinvoltura che mi fece venire i brividi.
Io non alzai la voce. Non feci scenate. Aspettai che si sedesse, che si sentisse comodo, protetto. Poi lo guardai e dissi piano:
— Sai di che malattia soffre?
La frase cadde tra noi come un oggetto pesante. Lo vidi irrigidirsi, come se un filo invisibile gli avesse serrato la gola. Il sorriso si spense sulle labbra, e nei suoi occhi passò qualcosa che non dimenticherò: prima sospetto, poi vuoto.
— Che… che stai dicendo?
Non distolsi lo sguardo. Io avevo scoperto un segreto che lui non avrebbe mai immaginato: la mia amica stava affrontando una malattia grave e contagiosa. L’avevo saputo per caso, tramite una conoscenza in ospedale. Mi era bastato per capire che lei stava nascondendo tutto al mondo, continuando a muoversi come se nulla potesse toccarla. E lui — mio marito — le era corso dietro senza porsi una domanda, senza prudenza, senza rispetto per nessuno.
— Te lo chiedo un’ultima volta — dissi, e la mia voce era ferma. — Lo sapevi?
Non rispose. Restò lì, immobile, mentre la paura gli attraversava il corpo in un tremore minuscolo. In quel silenzio c’era tutto: la menzogna, la codardia, la colpa.
Le settimane successive fecero emergere la verità da sole, come succede sempre. Lei finì dai medici quando non riuscì più a fingere. Poi arrivarono gli esami, le conferme, quelle parole che cambiano una vita. Anche lui risultò positivo alla stessa malattia.
Non provai stupore. Solo un’amarezza densa. Non perché pensassi “se lo merita” — la vendetta non mi interessava — ma perché davanti a me c’era un uomo che aveva distrutto tutto con una leggerezza spaventosa.
Io, però, ero già lontana. Mi ero separata mesi prima. Avevo capito che quel matrimonio non era più un posto sicuro, e che restare significava insegnare a mia figlia che l’umiliazione è una cosa normale. Io e lei eravamo al riparo. Forse fu l’ultima protezione che la vita mi concesse.
Quando ricevette la conferma definitiva, crollò. Si presentò da me piangendo, la voce spezzata:
— Perdonami… ho sbagliato… ti prego, non lasciarmi…
Lo guardai senza odio, ma anche senza pietà. Era finita da tempo. Aveva frantumato la fiducia, rubato serenità, trasformato la nostra famiglia in un disastro evitabile.
— Se c’è qualcuno a cui devi chiedere perdono — dissi piano — è nostra figlia. Non io.
Poi mi voltai e me ne andai.
Da quel momento smisi di consumarmi. Ho messo ogni briciolo di forza e di amore dove contava davvero: su mia figlia, sulla nostra casa, su una vita che non doveva più tremare per le scelte di qualcun altro. Lui rimase in piedi, sì, ma vuoto: vivo, con una coscienza arrivata troppo tardi.
E quella domanda — “Sai di che malattia soffre?” — non fu soltanto lo schiaffo che gli fece crollare la recita. Fu la linea netta che separò la donna che sperava ancora dalla donna che, finalmente, aveva scelto di salvarsi.