«Dalla casa di riposo le scrivevo ogni giorno, senza mai avere una risposta… finché, un giorno, alla mia porta è comparso uno sconosciuto deciso a riportarmi a casa.»

Dopo che mio figlio mi convinse a trasferirmi in una casa di riposo, cominciai a scrivergli ogni giorno per dirgli quanto mi mancasse. Non ricevetti mai una risposta… finché un giorno uno sconosciuto si presentò per spiegarmi il perché e per riportarmi a casa.

Avevo 81 anni quando mi diagnosticarono l’osteoporosi: muovermi senza aiuto era diventato un’impresa. Ogni passo era una sfida, ogni gesto un piccolo dolore. La mia condizione era un peso per Tyler, mio figlio, e per sua moglie Macy; almeno, così mi fecero capire quando proposero quella che chiamavano “la soluzione migliore”.

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«Non possiamo occuparci di te tutto il giorno, mamma» disse Tyler, cercando di mantenere la voce calma. «Lavoriamo entrambi, e non siamo infermieri.»

Rimasi senza parole. Avevo sempre fatto il possibile per non intralciare la loro vita: me ne stavo in camera mia, uscivo solo con il deambulatore per andare in bagno o in cucina, cercando di non farmi notare.

«Prometto che non vi darò fastidio» mormorai. «Lasciatemi restare qui.»

Guardai le pareti di quella casa: ogni angolo parlava di mio marito James, che l’aveva costruita con le sue mani per noi. «Tuo padre ha tirato su queste mura per me» lo supplicai. «Voglio restare qui fino alla fine.»

Tyler scosse la testa, già con lo sguardo altrove. «È troppo grande per te, mamma. Lasciacela. Con Macy potremmo farne qualcosa di utile: una palestra, degli uffici… c’è tanto spazio che adesso è sprecato.»

Fu in quel momento che tutto mi fu chiaro: non si trattava di preoccuparsi per me, ma di appropriarsi della casa. Tornai in camera in silenzio, con le lacrime che bruciavano e un’unica domanda che mi rimbombava in testa: dove avevo sbagliato con mio figlio?

Qualche settimana dopo mi accompagnarono in una struttura della zona. Parlavano di assistenza 24 ore su 24, medici a disposizione, attività per gli ospiti. «Verremo a trovarti appena possibile» disse Tyler, abbracciandomi appena. Mi aggrappai a quella promessa come a un salvagente, pur di non sentirmi completamente abbandonata. Non sapevo che quelle sarebbero state le sue ultime parole per me.

I giorni nella casa di riposo scorrevano lenti e tutti uguali. Le infermiere erano cordiali, gli altri ospiti gentili, ma per quanto fossero educati non erano la mia famiglia. Io volevo i volti che conoscevo, le voci di casa.

Non avevo telefono né tablet. Così, ogni mattina, mi sedevo al piccolo tavolo vicino alla finestra, prendevo carta e penna e scrivevo una lettera a Tyler. Gli raccontavo cosa avevo fatto, quanto mi mancasse, gli chiedevo almeno una visita, una chiamata, una riga di risposta. Ogni busta veniva imbucata. Ogni giorno aspettavo. Ogni sera andavo a dormire a mani vuote.

Passarono settimane, poi mesi, poi due anni. Nessun messaggio, nessuna visita. Alla fine, smisi persino di aspettare.

«Riportatemi a casa» sussurravo ogni sera nel cuscino, finché quelle parole cominciarono a suonare vuote perfino alle mie orecchie.

Una mattina, mentre stavo facendo colazione in sala comune, un’infermiera si avvicinò con un sorriso insolito.

«Signora, alla reception c’è un uomo sui quarant’anni che chiede di lei.»

Il cuore mi balzò in petto. «È finalmente arrivato mio figlio?» chiesi, afferrando il deambulatore con mani tremanti. Mi avviai lungo il corridoio, con una speranza che credevo di aver perso. Sorrisi… ma quando vidi l’uomo ad aspettarmi, capii subito che non era Tyler.

«Mamma!» disse lui, venendomi incontro e stringendomi forte.

Lo fissai, confusa. «Ron? Sei tu?» balbettai.

«Sì, sono io. Perdonami se arrivo solo adesso… ero in Europa per lavoro. Sono tornato e sono venuto subito a cercarti» spiegò, ancora con le braccia sulle mie spalle.

«A cercare me?» domandai stupita. «Ma… hai visto Tyler e Macy? Mi hanno lasciata qui e non sono più venuti. Ho scritto, ho scritto tutti i giorni…»

Ron mi accompagnò a sedere su una poltrona vicino alla finestra. Il suo sguardo, di solito vivace, si fece serio.

«Mi dispiace dover essere io a dirtelo» iniziò piano. «Tyler e Macy sono morti in un incendio, l’anno scorso.»

Il mondo si fermò. Per quanto provassi amarezza e dolore per come mi avevano trattata, la notizia della morte di mio figlio mi spezzò il cuore. Sentii un vuoto spalancarsi dentro di me. Piansi a lungo, a singhiozzi, per lui e per Macy, per quello che era stato e per quello che non sarebbe mai più stato. Ron restò al mio fianco in silenzio, stringendomi la mano, finché il mio respiro non tornò lentamente regolare.

Ron era stato il ragazzino che avevo accolto in casa quando lui e Tyler erano inseparabili. Cresciuto con la nonna, senza genitori, passava da noi quasi ogni giorno. Gli tenevo da parte un piatto caldo, lavavo i suoi vestiti, lo sgridavo e lo abbracciavo come uno di famiglia. Per lui la nostra porta era sempre aperta. Poi era partito per studiare in Europa, aveva fatto carriera, e col tempo avevamo perso i contatti. Fino a quel momento.

«Mamma, non puoi restare qui da sola» disse, quando mi vidi un po’ più calma. «Lascia che ti porti con me.»

Lo guardai incredula, con le lacrime che tornavano a pungere gli occhi. Mio figlio mi aveva allontanata dalla mia casa, e un ragazzo che non condivideva con me neppure una goccia di sangue voleva assumersi la responsabilità di accudirmi.

«Lo faresti davvero?» sussurrai.

Ron annuì, senza esitare. «Certo. È quello che mi hai insegnato tu. A non abbandonare chi ti ha dato amore.»

Quella stessa sera, con l’aiuto delle infermiere, ripiegammo le mie poche cose: qualche vestito, alcune foto, una coperta a cui ero affezionata. Ron firmò i documenti necessari, poi mi accompagnò fuori. L’aria fresca mi colpì il viso: dopo anni, non stavo più uscendo per una visita medica, ma per tornare… a casa. Non la casa di mattoni costruita da James, ma una casa fatta di affetto sincero.

Da allora ho vissuto con Ron. Mi ha sistemata in una stanza luminosa, ha appeso le fotografie della mia gioventù alle pareti, mi ha riportato i piccoli oggetti che erano rimasti nella vecchia casa. Intorno a me, piano piano, si è ricreata una famiglia: amici suoi, colleghi che passano a salutare, i vicini che mi chiamano “nonna”.

Ho trascorso gli ultimi anni della mia vita in pace, circondata non da chi avrebbe dovuto volermi bene per dovere, ma da chi ha scelto di farlo. E ogni sera, prima di dormire, guardo Ron e penso che il sangue non è l’unica cosa che fa di qualcuno un figlio.

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