“Paga Per Te Stessa—Non Ti Ho Mai Invitata!” Dichiarò Mio Marito Davanti Ai Nostri Amici. Mi Ha Umiliata, Ma Neanche Io Gliel’ho Lasciata Passare Liscia.

«Paga per te stessa, non ti ho invitata io!» La voce di mio marito tuonò attraverso la stanza, tagliente e spietata, abbattendosi sulle risate compiacenti dei suoi amici come una mannaia sul ceppo del macellaio. Mi aveva umiliata, spogliata della mia dignità davanti a una platea di commensali sazi e distratti, ma quella sera, per la prima volta dopo innumerevoli anni di silenziosa sottomissione, decisi che l’eco di quelle parole non si sarebbe spenta nel vuoto della mia rassegnazione.

Larisa odiava le cene del sabato sera a casa di Kostya e Sveta con un’intensità che rasentava il dolore fisico. Non era certo per il cibo o per l’ospitalità materiale. Sveta, da perfetta padrona di casa, imbandiva la tavola con pietanze casalinghe semplici ma straordinariamente deliziose: arrosti succulenti che si scioglievano in bocca, insalate russe ricolme di maionese fatta in casa, e crostate di mele il cui profumo di cannella e burro fuso avrebbe dovuto evocare calore e conforto. Il vero veleno di quelle serate, la tossina invisibile che le intossicava l’anima, era rappresentato dalle conversazioni. O, per meglio dire, dalla rigida, immutabile, e soffocante coreografia sociale che quelle conversazioni imponevano.

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Il copione era sempre lo stesso, recitato con la monotonia di una liturgia stanca. Le discussioni procedevano inesorabilmente in un’unica, monolitica direzione: gli uomini, comodamente sprofondati nelle loro sedie, si appropriavano dello spazio uditivo per disquisire con toni magniloquenti di affari, di fluttuazioni dei mercati, di torbida politica locale e, soprattutto, dei loro innumerevoli successi personali, gonfiando i petti come pavoni in amore. Le donne, relegate al ruolo di silenziose comparse, sparecchiavano la tavola, lavavano i piatti, sorridevano in modo accondiscendente e annuivano. Larisa aveva lavato piatti e annuito per dodici lunghi, interminabili anni. Si era abituata a quella coreografia deprimente; le era penetrata sotto la pelle, si era fusa con le sue ossa, diventando una parte inseparabile e dolente della sua identità, come una cicatrice mal guarita che tira a ogni cambio di stagione.

 

Quel particolare sabato sera di fine ottobre, la compagnia si era riunita seguendo l’antico rituale. C’erano i padroni di casa, Kostya e Sveta; c’era Dimon, accompagnato dalla sua nuovissima conquista, una moglie di nome Alisa, una bionda dall’aspetto così artefatto, con le labbra gonfiate e le extension perfettamente stirate, da sembrare appena uscita dalla confezione di cellofan di una bambola di lusso; e infine c’era un’altra coppia del vicinato, le cui facce si confondevano in un anonimato di sorrisi di circostanza.

Mentre si preparava per uscire, Larisa aveva infilato con rassegnazione il vestito blu cobalto. Era un abito dal taglio severo, che Roma, con il suo consueto sarcasmo pungente, aveva ribattezzato “il vestito a strisce della sfortuna”, sostenendo che la faceva sembrare un’impiegata delle poste depressa. Lei si era raccolta i capelli in uno chignon tirato, severo, un’acconciatura che non lasciava scampo alla fantasia e che le tirava la pelle delle tempie procurandole un leggero mal di testa. Roma, infilandosi la giacca di pelle, l’aveva squadrata con uno sguardo distratto, superficiale, come se stesse valutando un mobile un po’ consunto nel corridoio.
«Pronta?» aveva abbaiato, senza abbassare il mento e, soprattutto, senza attendere che lei rispondesse.

Larisa aveva afferrato la sua borsa di pelle nera, ormai consumata agli angoli, e aveva infilato una mano all’interno, tastando il fondo per assicurarsi che il portafoglio fosse al suo posto. C’era. Un riflesso condizionato, una piccola ancora di sicurezza in un mare di incertezze.

Una volta a tavola, l’atmosfera si era subito saturata del fumo dei discorsi maschili. Il tema del momento era il rincaro dei prezzi della benzina, affrontato con l’indignazione teatrale di chi non ha in realtà alcun problema ad arrivare a fine mese. Improvvisamente, nel mezzo della discussione, la mente di qualcuno partorì un collegamento: si ricordarono che Larisa, con enorme sforzo e dopo mesi di lezioni silenziose, aveva finalmente preso la patente di guida.
Roma, che in quel momento stava sezionando un pezzo di carne con la precisione chirurgica di un predatore, emise uno sbuffo sonoro, un misto di disprezzo e derisione.
«Sì, ha preso la patente, ma ditemi voi a che diavolo serve?» esclamò, gesticolando con il coltello. «Non sarebbe nemmeno capace di pagarsi la benzina da sola. Questa donna non sa cosa significhi guadagnare davvero. La mantengo io da dodici anni, le do tutto, e lei ancora spende quel ridicolo stipendio che finge di chiamare ‘guadagno’ per comprarsi vestiti insulsi.»

Una risata corale esplose intorno al tavolo. Non era una risata nata da una genuina cattiveria o da un odio premeditato, ma piuttosto un riflesso automatico, pavloviano: quando il capobranco, il maschio alfa della tavolata, faceva una battuta, il contratto sociale non scritto esigeva che tutti ridessero a crepapelle. Era una questione di pura sopravvivenza mondana.
Larisa non si scompose. Sorrise. Era lo stesso sorriso plastico e difensivo che aveva minuziosamente allenato davanti allo specchio per un decennio: gli angoli della bocca si sollevavano verso l’alto in un arco perfetto, simulando ilarità, mentre gli occhi rimanevano vuoti, freddi, morti, simili a due pozzi prosciugati. Posò la forchetta sul piatto con grazia calcolata, prese il tovagliolo di lino e si tamponò delicatamente le labbra, per mascherare il leggero tremolio che le stava attraversando la mascella.

«Dai, Roma, così è troppo,» intervenne Kostya, cercando di disinnescare la bomba con un tono vagamente conciliante, da paciere bonario. «Smettila di fare il gradasso, Larisa vale oro e lo sai benissimo.»
«Oro?» Roma sollevò un sopracciglio cespuglioso, gli occhi scintillanti di un cinismo crudele. «L’oro, amico mio, si porta al banco dei pegni per farci dei soldi veri. Questa qui non sa nemmeno cucinare una cena che si possa definire decente. Mette sempre in tavola qualche stupida erbetta da dieta, roba da conigli, non da uomini che lavorano.»

La tavolata eruppe in una nuova ondata di ilarità, ancora più fragorosa della precedente. Alisa, la bionda plastificata, coprì la bocca con una mano dalle unghie laccate di rosso, fingendo imbarazzo ma vibrando di divertimento.
Larisa si alzò in piedi. I suoi movimenti erano lenti, misurati, quasi robotici. Raccolse i piatti sporchi impilandoli uno sull’altro e si diresse verso la cucina, il suo santuario di solitudine. Sveta, percependo la tensione sotterranea, la seguì immediatamente. Aprì l’acqua del lavandino facendola scrosciare forte, per coprire le voci, e le sussurrò all’orecchio con tono complice:
«Non farci caso, Lora. Sai com’è fatto. Non dà peso alle parole. Gli uomini non pensano mai a come suonano le cose, le vomitano fuori e basta.»
«Certo,» mormorò Larisa, annuendo con un automatismo raggelante.
Prese la spugna e cominciò a strofinare la padella incrostata. La strofinò con una violenza metodica, a lungo, concentrando tutta la sua forza in quel movimento circolare, raschiando il metallo anche quando la superficie era ormai tornata perfettamente splendente, come se volesse scrostare via dodici anni di vita matrimoniale insieme ai residui di grasso bruciato.

Poi venne il momento del tè e dei dessert. I discorsi, pesanti e indigesti come i dolci carichi di burro, si spostarono sui prestiti bancari e sull’alta finanza domestica. Roma teneva banco, pontificando su quanto fosse stato scaltro e machiavellico nell’ottenere il mutuo per la casa, vantandosi a voce alta di quanto fosse immacolata la sua storia creditizia e di quanto fosse spaventosamente alto il plafond della sua carta di credito platino.
Larisa sedeva in un angolo del divano, la tazza bollente stretta tra le mani per rubarne il calore, e ascoltava. Un pensiero freddo e lucido si fece largo nella sua mente: si rese conto, con un brivido di terrore retrospettivo, che non sapeva assolutamente quanti soldi avessero. Il loro patrimonio era un mistero avvolto nell’ombra. Roma non glielo aveva mai rivelato. Si limitava a elargirle una somma fissa per la spesa settimanale, per i bisogni scolastici dei bambini, e nulla di più. Le decisioni finanziarie, gli acquisti di una certa importanza, venivano calati dall’alto sotto forma di editti irrevocabili: “Ho deciso che compreremo questo”, oppure “Ho deciso che cambieremo l’auto”.
Lei non aveva mai obiettato. Adagiarsi in quella passività era stato terribilmente comodo, un oblio narcotizzante. Quando qualcun altro si fa carico di ogni decisione, perdi miseramente il diritto di parola, certo, ma sei anche sollevato dal macigno opprimente della responsabilità. Era stata una prigione dorata, ma pur sempre una prigione.

Tra l’ultima fetta di torta al cioccolato e il momento caotico in cui tutti iniziarono a cercare cappotti e borse per congedarsi, la conversazione deragliò sulle imminenti vacanze estive. Kostya lanciò l’idea con entusiasmo: affittare una grande, lussuosa villa sul mare per l’intero gruppo e dividere equamente le spese stratosferiche.
Roma annuì, gli occhi accesi dall’alcool e dall’eccitazione.
«Ci stiamo. Affare fatto.» Poi si voltò di scatto verso la moglie, con un ghigno predatorio stampato in faccia. «Allora, Larisa, pagherai la tua parte, giusto?»
Fece l’occhiolino verso gli ospiti, sottolineando la natura retorica e beffarda della domanda.

In quel preciso istante, Larisa sentì qualcosa stringersi violentemente dentro di lei. Non era una fitta al cuore o un’oppressione al petto, sede romantica delle emozioni; il morso si manifestò molto più in basso, nelle viscere, nello stomaco, in quell’antro primordiale dove risiede l’istinto animale di sopravvivenza. Era come se una mano di ghiaccio le avesse afferrato le budella.
Alzò lentamente gli occhi, affrontando lo sguardo della stanza. Tutti la stavano fissando. Alcuni abbozzavano sorrisi incerti, nervosi; altri, colti da un improvviso senso di pudore, distoglievano lo sguardo per studiare con finto interesse le venature del tavolo di legno. Alisa, la bionda di plastica, la fissava apertamente con pietà. E quella fu la pugnalata definitiva. Una pietà condiscendente, superiore, lo sguardo che si riserva a un cane randagio bastonato a cui non si ha intenzione di dare riparo. La peggiore, la più umiliante delle compassioni.

Larisa schiuse le labbra. Voleva disperatamente dire qualcosa, lanciare una battuta sarcastica, difendersi per una volta, ma il tempismo le fu fatale. Roma parlò per primo, sovrastandola.
«Ma sto scherzando, per l’amor del cielo!» urlò, battendo una mano sul tavolo. «Che parte potrebbe mai avere lei? Paga per te stessa, tesoro… oh aspetta, non ti ho invitata io! Sei tu che vivi alle mie spalle!»
E scoppiò a ridere. Una risata fragorosa, sguaiata, buttando la testa all’indietro mostrando i denti, la gola esposta. Era lo stesso modo in cui rideva quando si erano conosciuti, una dozzina di anni prima, sulle gradinate dell’università. All’epoca, agli occhi di una ragazzina ingenua, quella risata sfrontata le era sembrata l’essenza stessa del carisma, un’energia vitale e contagiosa a cui aggrapparsi.
Ora, spogliata da ogni illusione romantica, era semplicemente un rumore vuoto. Sordo. Assordante e volgare.
Ancora una volta, tutti a tavola si unirono al coro. La risata rimbalzò da una bocca all’altra, attraversando la stanza come un’onda d’urto invisibile.

Larisa rimase pietrificata sulla sua sedia, la maschera del sorriso consueto ancora incollata al viso. Ma questa volta, l’illusione si stava sgretolando. I muscoli facciali cedettero: gli angoli della bocca tremarono violentemente, prima di crollare verso il basso, in una smorfia di pura devastazione.
Afferrò la borsa, le nocche bianche per lo sforzo, e si alzò con uno scatto meccanico.
«Vi aspetto in macchina,» disse con voce monocorde, svuotata di ogni inflessione. «Sono stanca morta.»
Roma la liquidò con un gesto svogliato della mano, come si scaccia una mosca fastidiosa, autorizzandola silenziosamente ad andarsene.

Nel corridoio immerso nella penombra, Larisa infilò il pesante cappotto di lana grigia e si fermò davanti al grande specchio con la cornice d’ottone. L’immagine che le fu restituita la fece rabbrividire. Chi la fissava era una donna dall’incarnato cinereo, invecchiata prima del tempo, il viso segnato da un reticolo di stanchezza cronica, e in testa quello chignon severo, ridicolo, che ora odiava con tutta se stessa. Con movimenti frenetici e rabbiosi, estrasse le forcine e sciolse i capelli, lasciando che la massa scura le ricadesse disordinatamente sulle spalle. Uscì nella notte frizzante di fine ottobre, si rintanò sul sedile del passeggero dell’auto gelida e si chiuse dentro.
Silenzio.
Intorno a lei c’era solo l’oscurità del parcheggio, interrotta a sprazzi dai lampioni. L’unico suono percettibile era il martellare furioso, sordo e accelerato del suo stesso cuore nel petto.
Il viaggio di ritorno fu un capolavoro di silenzio ostile. Roma guidava immerso in un’aura di totale autocompiacimento. Serate come quella, in cui poteva dominare la scena ed essere nutrito dall’attenzione e dall’invidia altrui, agivano su di lui come un potente elisir. Era satollo di se stesso.
Larisa, dal canto suo, teneva il viso incollato al finestrino appannato, perdendosi nell’oscurità che scorreva veloce. Iniziò a contare i lampioni giallastri che costeggiavano l’autostrada, un vecchio trucco per non pensare, per non impazzire.
Centoquarantatré.
Centoquarantaquattro.
Era un’abitudine che affondava le radici nella sua infanzia. Da bambina, durante i lunghi, estenuanti viaggi notturni in macchina, amava contare le luci al neon insieme a suo padre, un uomo mite e perennemente assente. La sua voce profonda e venata di malinconia le riecheggiò nella mente: «Lora, ricordati sempre, chi riesce a contare più di cento lampioni senza distrarsi, ha il diritto sacrosanto di esprimere un desiderio. E l’universo lo ascolterà.»
E lei, piccola e speranzosa, desiderava sempre, ossessivamente, la stessa identica cosa: che suo padre non facesse le valigie il mattino seguente per partire verso l’ennesimo e misterioso viaggio di lavoro in chissà quale città lontana.
Eppure, nonostante l’aritmetica perfetta e i desideri scagliati nel buio, il mattino dopo, immancabilmente, lui partiva. I desideri non salvavano nessuno.

Arrivati nella prigione domestica, Larisa compì i suoi gesti con l’efficienza di un fantasma. Scaldò meccanicamente un pentolino di latte, ne versò il contenuto in un biberon e lo diede al figlio più piccolo, che si era svegliato piagnucolando per via di un brutto sogno, rimboccandogli poi le coperte con mani tremanti ma dolci.
Quando scivolò finalmente sotto le lenzuola matrimoniali, Roma era già sprofondato tra i cuscini, il viso illuminato dalla luce spettrale e bluastra del suo costoso smartphone, le dita che scorrevano rapide sullo schermo in una ricerca avida di chissà quale altra gratificazione virtuale.
Larisa si raggomitolò sul bordo estremo del materasso, quasi in bilico sul baratro, voltandogli ostentatamente le spalle e fissando la parete buia.
Un nodo opprimente le serrava la gola; voleva disperatamente piangere, sciogliersi in un pianto liberatorio, urlare, strapparsi i capelli, ma i condotti lacrimali sembravano inariditi, ostruiti dalla polvere di anni di rassegnazione. La nefasta abitudine di ingoiare ogni singolo insulto, ogni frecciata, ogni mancanza di rispetto, l’aveva condizionata a tal punto da scatenare un terrificante effetto collaterale: aveva letteralmente dimenticato la meccanica del pianto.
Tutto ciò che poteva permettersi di fare era giacere lì, paralizzata nel buio, mentre le parole le scavavano gallerie nel cervello come parassiti implacabili: «Paga per te stessa. Non ti ho invitata io.»
Era un ritornello macabro. Sapeva perfettamente, con assoluta e deprimente certezza, cosa sarebbe accaduto alle prime luci dell’alba. Roma si sarebbe alzato, avrebbe stiracchiato le braccia, si sarebbe versato il caffè e, notando il suo sguardo glaciale, le avrebbe detto con fare paternalistico che, ovviamente, ieri sera stava soltanto scherzando. Le avrebbe intimato di smetterla di prendere tutto così maledettamente sul serio, l’avrebbe accusata di essere pesante, nevrotica, e le avrebbe rinfacciato per l’ennesima volta la sua totale, cronica mancanza di senso dell’umorismo.
Aveva ascoltato questa precisa sequenza di giustificazioni manipolatorie almeno cento volte nel corso della loro vita insieme.
E per cento volte aveva chinato la testa e aveva accondisceso, convincendosi di essere lei la parte in difetto.
Ma questa notte, in questo preciso crocevia della sua esistenza, qualcosa si era spezzato in modo irreparabile. Il meccanismo di sopportazione era andato in frantumi.
Forse il colpo di grazia non erano state le parole di Roma in sé, ma il riflesso di quelle parole sul volto plastificato di Alisa, in quel sorriso intriso di condiscendente e velenosa pietà. O forse, era stata la crudeltà chirurgica della frase “Non ti ho invitata”. Come se Larisa fosse un’intrusa, una parassita che si era imposta con l’inganno in questa vita scintillante, in questo sacro vincolo matrimoniale, e in questa lussuosa casa dove perfino la ceramica delle tazze in cui beveva il tè mattutino era stata acquistata, ed era quindi posseduta, dai soldi del grande, inimitabile Roma.
Ma Larisa aveva avuto una vita prima di tutto questo. Aveva avuto delle ambizioni.
Prima di sprofondare nelle sabbie mobili del congedo di maternità, lavorava per una prestigiosa compagnia di assicurazioni. Aveva un incarico di responsabilità, colleghi che la stimavano, un ufficio tutto suo, obiettivi, successi. Poi, lentamente, il veleno era stato iniettato. Aveva rassegnato le dimissioni, rinunciando alla sua carriera, semplicemente perché Roma, con voce melliflua e autoritaria, aveva decretato: «Lora, ma perché diavolo devi sfinirti a correre in giro su quei tacchi per quattro soldi? Fermati. Resta a casa con i bambini, goditi la maternità. Ci penso io a tutto. Posso mantenere tutti noi senza problemi. È il mio ruolo.»
Così, ingannata da una promessa di cura che in realtà era una gabbia, era rimasta a casa.
E lui, puntualmente, li aveva mantenuti. Aveva pagato le bollette, i vestiti, il cibo.
Ma la verità sotterranea, amara come fiele, era che insieme al dono avvelenato di quei soldi, Roma le aveva strappato via, metodicamente e di nascosto, ogni briciolo di rispetto per se stessa. Aveva operato lentamente, invisibilmente, come un ladro subdolo e paziente che non si accontenta di trafugare l’argenteria dal salotto, ma si insinua nelle fondamenta della casa per rubarti il senso stesso dell’esistenza.

La mattina seguente sorse gelida e tersa. Larisa si alzò dal letto ancor prima che la sveglia potesse trillare, muovendosi con una determinazione febbrile. Entrò in cucina, preparò l’avena per la colazione con gesti automatici, pettinò e vestì i bambini, li accompagnò fino ai cancelli della scuola baciandoli sulle fronti assonnate. Tornata a casa, invece di dedicarsi alle pulizie come dettava il copione, accese il portatile che giaceva impolverato sullo scrittoio.
Le sue dita scorsero freneticamente la tastiera. Trovò un portale dedicato alla ricerca di impiego, inserì le sue credenziali dimenticate, aggiornò il curriculum vitae che giaceva in letargo da quasi quattro anni, limando le sue competenze, rispolverando le sue vecchie mansioni. Senza esitare, cliccò su “Invia Candidatura” per tre annunci differenti.
Sapeva benissimo che lo stipendio di quelle posizioni di ripiego sarebbe stato ridicolo in confronto al tenore di vita a cui l’aveva abituata il marito. Era consapevole che Roma avrebbe deriso quelle cifre.
Ma non le importava. Quei soldi, pochi o tanti che fossero, avrebbero avuto un pregio inestimabile: sarebbero stati esclusivamente, incontestabilmente *suoi*.

Roma rincasò tardi, come di consueto, con la cravatta allentata e l’aria da padrone del mondo stanco. Si sedette a tavola, consumò famelicamente la cena e, in un raro momento di magnanimità, si produsse in un complimento sulla consistenza perfetta del purè di patate. Larisa rimase in un silenzio tombale, lo sguardo fisso nel piatto. Lui, prigioniero del proprio egocentrismo, non notò minimamente l’abisso che si stava allargando a pochi centimetri dal suo viso, e iniziò a sproloquiare trionfalmente su un nuovo cliente che era riuscito ad accalappiare. Larisa annuiva, il volto una maschera imperscrutabile, mentre nella sua mente i pensieri galoppavano in tutt’altra direzione: *Se trovo questo lavoro, avrò finalmente il denaro per pagarmi la benzina della macchina. Forse non basterà mai per una vacanza al mare, certo, ma per la benzina, per la mia indipendenza di movimento, sarà sufficiente. Non dovrò mai più chiedere. Non dovrò mai più essere umiliata per un litro di carburante.*

Esattamente una settimana dopo, ricevette la chiamata. Era assunta.
Si trattava di una piccola, anonima azienda di logistica. La mansione era noiosa e burocratica: avrebbe dovuto occuparsi della gestione e dell’archiviazione di scartoffie e documenti fiscali. L’orario era rigido: cinque giorni a settimana, dalle nove in punto del mattino alle sei del pomeriggio. Il compenso pattuito corrispondeva a stento a un terzo di ciò che Roma guadagnava nello stesso arco di tempo, ma la rigidità di quegli orari possedeva un vantaggio incalcolabile: le avrebbe permesso di andare a recuperare i figli a scuola senza dover elemosinare favori a nessuno.
Quella sera stessa, durante la cena, mentre il silenzio veniva spezzato solo dal rumore delle posate sui piatti, Larisa diede l’annuncio con voce neutra, distaccata.
Roma alzò gli occhi dal telefono per un istante, si strinse nelle spalle larghe ed emise uno sbuffo derisorio.
«Va bene, fai come credi,» sentenziò, tornando a digitare sullo schermo. «A me non cambia niente. L’importante è che poi, tra un mese, non inizi a lamentarti con me dicendo che sei sfinita, che la casa è un porcile e che non ce la fai. Non voglio lamentele, sia chiaro.»
Ma lei non nutriva la benché minima intenzione di lamentarsi. Aveva un piano.
La sua unica, ferrea intenzione era quella di accumulare, tesaurizzare, risparmiare.
Come un’ombra silenziosa e discreta, iniziò il suo meticoloso lavoro di sottrazione. Dal primo stipendio prelevò mille rubli e li nascose. Dal secondo, la cifra salì a duemila. Poi, tagliando su ogni spesa voluttuaria personale, arrivò a metterne da parte tremila.
Si recò fisicamente in una filiale di una banca lontana dal suo quartiere, una banca di cui Roma non aveva mai nemmeno varcato la soglia, e aprì un conto corrente a suo uso esclusivo. Si assicurò, leggendo ogni riga del contratto, che quel conto non figurasse in alcuna lista di accessi condivisi o familiari. Nel compilare il modulo per il nome del conto, per un attimo di infantile euforia, scrisse la dicitura: “I Miei Soldi”.
Rileggendolo, sentì una vampata di vergogna. «I Miei Soldi» suonava in modo pateticamente ridicolo per una donna che aveva superato la soglia dei quarant’anni. Sembrava il titolo di un salvadanaio a forma di porcellino di una dodicenne capricciosa che risparmia ossessivamente le mancette per comprarsi un nuovo lettore musicale. Eppure, nonostante la banalità infantile del nome, quel conto era l’unico atto di ribellione tangibile di tutta la sua vita adulta.

 

I primi due mesi del suo nuovo impiego trascorsero in una monotonia frenetica e sfibrante. La sua esistenza si era trasformata in un metronomo impazzito, scandita da una rigida tabella di marcia: sveglia all’alba, preparazione dei pasti, corsa in ufficio, ore spese a decifrare calligrafie illeggibili su bolle di consegna, corsa a scuola, aiuto nei compiti dei figli, spesa, cena, pulizie e infine, sfinita, il crollo a letto.
Roma, nel frattempo, aveva iniziato a notare il cambiamento. Non comprendendone l’origine, aveva reagito nell’unico modo che conosceva: diventando ancora più esigente e critico. A volte puntava il dito accusatore verso la pentola lamentandosi che la minestra fosse troppo salata o troppo sciapita; altre volte, la scrutava con fastidio, rinfacciandole di aver perso la freschezza, di avere occhiaie spaventose e, soprattutto, di sorridere molto meno di prima, venendo meno al suo sacro dovere di rallegrare l’ambiente domestico.
Larisa ascoltava quelle invettive come se provenissero da un’altra dimensione. Lasciava che le parole gli scivolassero addosso come pioggia su un impermeabile di cerata, e, ignorandolo, continuava ostinatamente a lavorare e a risparmiare, rublo su rublo.
La cifra depositata su quel conto corrente segreto cresceva, e sebbene crescesse con una lentezza esasperante, inesorabile come lo scioglimento di un ghiacciaio, essa aumentava.
E di pari passo, in perfetta sincronia, qualcosa di nuovo, potente e indomabile cresceva all’interno del suo petto.
Non era un sentimento grezzo come il puro orgoglio. No, era una sensazione molto più vitale, più viscerale. Era la percezione fisica, inebriante, di cominciare a sentire una terra solida, rocciosa, sotto la pianta dei piedi. Per dodici lunghi anni, Larisa aveva camminato alla cieca su un terreno molle e infido, su una palude viscida pronta a inghiottirla al minimo passo falso. Ora, magicamente, una piccola, inespugnabile isola di granito era emersa dal fango, offrendo rifugio alle suole delle sue scarpe consumate.

Il destino, maestro di ironia, scelse una piovosa sera di novembre per il gran finale. Roma irruppe in casa, trascinandosi dietro la sua consueta corte dei miracoli.
Non si era minimamente curato di avvisarla. La chiave scattò nella serratura e lui spalancò la porta d’ingresso con violenza, gridando dal corridoio con l’autorità di un signorotto feudale che rientra dalle battute di caccia.
«Larisa, muoviti! Apparecchia e metti qualcosa di buono in tavola, sbrigati! I ragazzi sono passati a fare un saluto e stiamo morendo di fame.»
Lei, che stava finendo di piegare il bucato, sospirò profondamente ed entrò nell’ingresso, asciugandosi le mani umide sul grembiule.
La scena che le si parò davanti era desolante. Dimon, Kostya e un terzo uomo, una figura imponente ed elegante che Larisa non aveva mai visto prima, stavano accalcati vicino all’appendiabiti, ridendo sguaiatamente. Dai loro volti paonazzi e dai movimenti scoordinati, era evidente che erano tutti già pesantemente alterati dall’alcol, reduci probabilmente da qualche prolungato aperitivo d’affari.
Larisa forzò i muscoli del viso ad aprirsi nel consueto, impeccabile sorriso di benvenuto e si ritirò in cucina per allestire l’ennesimo banchetto improvvisato.
Afferrò il coltello e affettò con movimenti precisi forme di formaggio stagionato, salame piccante e pagnotte di pane nero. Svitò il coperchio di un grosso vaso di vetro estraendo cetriolini sott’aceto e, arrampicandosi su una sedia, raggiunse lo scomparto più alto della credenza per tirare fuori una pregiata bottiglia di cognac armeno invecchiato. Era la bottiglia sacra, quella che Roma custodiva gelosamente e centellinava solo per le occasioni di estrema importanza. Oggi le sembrava l’occasione giusta.
I quattro uomini presero possesso del tavolo con la prepotenza di un esercito occupante. Si versarono da bere colmando i bicchieri, e la conversazione assunse immediatamente quei toni saturi di testosterone, ruvidi e rumorosi, tipici delle loro riunioni.
Larisa, ignorata da tutti, si rintanò sul bordo più estremo del tavolo. Stringeva tra le mani la sua solita, anonima tazza di tè bollente, un’isola di sobrietà in un mare di chiasso e vapori etilici.
Roma, gesticolando animatamente, si stava profondendo in un monologo autocelebrativo, illustrando nel dettaglio come fosse riuscito, con spietata abilità negoziale, a strangolare commercialmente alcuni dei suoi fornitori storici pur di strappare uno sconto extra sulle forniture. Dimon, il suo eterno accolito, pendeva dalle sue labbra approvando ogni sua mossa con grugniti di entusiasmo reverenziale. Anche Kostya annuiva gravemente, impressionato.
L’unico a non partecipare al coro di elogi era l’uomo sconosciuto, il cui nome, aveva captato Larisa, era Vlad. Era un uomo sulla quarantina, con i capelli brizzolati alle tempie e uno sguardo straordinariamente acuto. Rimase in rigoroso silenzio, sorseggiando lentamente il cognac, e invece di guardare Roma, mantenne lo sguardo fisso su Larisa.
I suoi occhi non avevano nulla di intrusivo, non c’era né l’arroganza maleducata di chi spoglia una donna con lo sguardo, né la fredda valutazione di chi esamina un oggetto d’arredamento. La osservava semplicemente, con un’attenzione calma e profonda, guardandola come una persona dotata di un’anima autonoma, non come una mera appendice domestica, non come la funzione sguattera che il marito le aveva cucito addosso.
Quando gli altri tre iniziarono a sbraitare su questioni di calcio, coprendosi le voci a vicenda, Vlad si sporse leggermente verso di lei.
«Di cosa ti occupi esattamente, Larisa?» le domandò. Il suo tono era basso, confidenziale, quasi musicale, in netto contrasto con il baccano circostante.
Larisa, colta alla sprovvista da quell’improvviso interesse, arrossì leggermente. «Lavoro nella logistica. Gestione e archiviazione dei documenti. Bolle, fatture… niente di minimamente interessante, le assicuro.»
Vlad accennò un sorriso gentile, scuotendo il capo. «Beh, ti sbagli di grosso. Senza un’adeguata e precisa gestione dei documenti, fidati di me, qualsiasi grande impero, qualsiasi attività per quanto brillante, finirebbe per schiantarsi contro un muro e fermarsi inesorabilmente. Sei tu che tieni in piedi le aziende.»

Ma l’orecchio fine e paranoico di Roma aveva intercettato le parole di Vlad. Si voltò di scatto, tranciando la conversazione sul nascere come un boia che fa cadere l’ascia.
«Oh, per l’amor del cielo, Vlad, non farmi ridere e non incoraggiarla!» esclamò Roma, sbattendo il palmo sul tavolo. «Lei? Lei sistema cartacce impolverate tutto il giorno per pochi, patetici spiccioli. Ma gliel’ho detto decine di volte, le ho implorato di non farsi umiliare e di restare a casa a fare la signora. Ma lei, no! Ha la testa dura. Tanto viviamo tutti, e benissimo, ancora esclusivamente con i miei, di soldi. Il suo cosiddetto stipendio? Bazzecole. Spiccioli che non basterebbero nemmeno a comprare le ruote della mia macchina.»

Il gelo calò istantaneamente sulla tavolata. Una pausa pesante, carica di elettricità, sospese i respiri di tutti i presenti.
Dimon, senza accendere il cervello, scoppiò in una risatina sguaiata, ma la strozzò in gola non appena incrociò lo sguardo glaciale e in fiamme di Larisa.
Roma, nel suo delirio di onnipotenza, non percepì la minima variazione di temperatura emotiva nella stanza e, sentendosi al centro della scena, rincarò la dose affondando il pugnale fino all’elsa.
«Pensate, proprio ieri sera le ho detto chiaramente: ‘Lora, mia cara, forse è giunta l’ora di piantarla di smettere di giocare all’impiegata in carriera e correre su e giù per uffici sporchi? Non servi assolutamente a niente là fuori, ti rendi solo ridicola, mentre qui la casa sta cadendo a pezzi ed è sempre un disordine inaccettabile.’ E ho ragione, no?»
Larisa non rispose immediatamente. Terminò il suo sorso di tè. Poi, con una lentezza esasperante e controllata, posò la tazza sul suo piattino.
Il suono che si sprigionò dall’impatto tra la sottile e fragile porcellana e la dura superficie in ceramica del tavolo fu secco, tagliente, simile al rumore di uno sparo esploso in una cattedrale. *Tac.*
Le teste di tutti e quattro gli uomini scattarono all’unisono verso di lei.
Larisa si alzò dalla sedia, raddrizzando la schiena in un gesto di imperiosa dignità. Si diresse a passi misurati verso la grande credenza, allungò la mano e aprì lentamente lo sportello inferiore. All’interno giaceva, nascosta tra i tovaglioli di ricambio, una voluminosa cartella di pelle marrone. Era la stessa identica cartella che aveva minuziosamente preparato e compilato una settimana prima, ma che fino a quel momento non aveva mai trovato il coraggio, o forse l’occasione perfetta, per svelare.
Tornò al tavolo. Afferrò la cartella con entrambe le mani e la scagliò con forza sul tavolo di legno massiccio, facendola planare esattamente davanti al piatto di Roma.
«Cos’è questa spazzatura?» domandò lui, corrugando la fronte con disprezzo, senza fare il minimo cenno di volerla aprire, come se potesse infettarlo.
«Aprila. E leggi.» Il tono di Larisa era basso, sibilante, freddo come l’azoto liquido. Era un tono che non ammetteva repliche e che Roma, in dodici anni, non le aveva mai sentito usare.
Roma esitò per una frazione di secondo, poi, irritato, afferrò la copertina di pelle, aprì il fascicolo e iniziò a scorrere rapidamente, con gli occhi semichiusi, le prime righe di testo stampato in modo fitto e burocratico.
L’atmosfera nella stanza si fece densa, irrespirabile. Sotto gli occhi attoniti di tutti, l’espressione sul volto di Roma subì una metamorfosi straziante. Si modificò lentamente, inesorabilmente. Era come osservare qualcuno mentre, con un bisturi invisibile, scuoiava il suo ego, togliendogli la presunzione, la superbia e l’arroganza, strato sanguinolento dopo strato, lasciando al suo posto un muscolo tremante e pallido. Il colore defluì dalle sue guance floride, lasciandolo di un bianco malaticcio.
«Ma che diavolo di scherzo è questo?» balbettò, la voce improvvisamente incrinata, le mani che stringevano spasmodicamente i fogli.
«Non è uno scherzo. È un contratto preliminare di acquisto notarile,» scandì Larisa, la voce limpida e implacabile, mentre assaporava ogni singola vocale. «Ho comprato un appartamento. Un appartamento vero. Ed è stato acquistato esclusivamente con i miei soldi. Tu continuavi a sbandierare ai quattro venti, a te stesso e ai tuoi compagni di bevute, che io non avevo nemmeno gli occhi per piangere. Ebbene, mi sono organizzata. Ho accumulato e risparmiato caparbiamente, in gran segreto, la somma necessaria a coprire la cifra per intero della caparra iniziale. E poi, a garanzia del resto, ho contratto un mutuo. A mio nome. Solo ed esclusivamente a mio nome. Senza garanti. E soprattutto, senza il tuo disgustoso, presuntuoso nome tra i piedi.»

Sulla cucina calò un silenzio surreale, pesante come piombo fuso.
Era un silenzio così assoluto, così profondo e vibrante, che per lunghi, interminabili secondi si poté udire chiaramente, in modo quasi ipnotico, la piccola goccia d’acqua che cadeva, ostinata e solitaria, dal rubinetto in acciaio del lavello in acciaio. *Plip. Plip.*
Roma sbatté le palpebre ripetutamente, lo sguardo che rimbalzava in modo frenetico e patetico dai fogli protocollati tra le sue mani al volto, ormai marmoreo e spietato, della moglie. E poi di nuovo ai documenti, come a cercare disperatamente un cavillo, un errore di battitura, una via di fuga logica da quell’incubo. Ma le firme e i timbri in ceralacca c’erano, ed erano inconfutabili.
I suoi fedeli amici rimasero congelati nelle loro posture, simili a statue di sale.
Kostya, pallido come un cencio, iniziò a giocherellare nervosamente, con movimenti spasmodici, con l’orlo del suo tovagliolo di carta, distruggendolo con i rebbi della forchetta d’argento. Dimon, incapace di sostenere la vergogna dell’amico, si voltò fisicamente dall’altra parte, fissando con finto e maniacale interesse la piastrella sbeccata sopra i fornelli.
L’unico a reagire diversamente fu Vlad. L’uomo sconosciuto, seduto elegantemente al suo posto, abbassò il viso verso il bicchiere, e sulle sue labbra sottili affiorò un sorriso quasi impercettibile, tagliente e colmo di cupa soddisfazione.

«Sei… sei fottutamente seria?» riuscì infine a rantolare Roma, la voce rauca, il respiro che si faceva affannoso nel petto.
«Sono mortalmente seria,» ribatté Larisa. «E sai qual è la parte più bella, la vera ciliegina sulla torta? Questo nuovo, splendido appartamento non è ‘nostro’. Non rientra nella comunione dei beni, non vi farai mai un passo dentro. È mio. Incontestabilmente e unicamente mio. Personale. Tu, Roma, non hai assolutamente nulla, niente a che fare con esso, né legalmente né moralmente.
«Sai quando ho firmato e pagato la caparra? Esattamente tre giorni dopo quella famosa cena. L’ho fatto dopo che tu, gonfiando il petto come un bullo di periferia, avevi strombazzato a tavola, davanti a tutti i nostri ospiti, che io non possedevo nemmeno la spicciola capacità finanziaria di pagarmi mezzo serbatoio di benzina. Lo ricordi? Ricordi le tue esatte, adorabili parole? ‘Pagati da sola, tanto io non ti ho invitata in questa vita’. Era questo il tuo mantra.
«Ebbene, mio caro, ho seguito il tuo preziosissimo consiglio alla lettera. Ho pagato per un appartamento intero. E l’ho fatto rigorosamente da sola.»

Roma balzò in piedi, rovesciando all’indietro la pesante sedia di legno che sbatté violentemente contro la parete. Il suo viso, prima pallido, si tinse di un rosso paonazzo, furibondo, le vene del collo pulsavano in modo allarmante. Sputò fuori le parole, schiumando rabbia: «Tu sei completamente impazzita! Una malata di mente! Quale acconto? Da dove diavolo hai preso decine di migliaia di rubli senza che io me ne accorgessi? Hai rubato dai miei conti?»
«Non lusingarti,» rise lei, una risata amara e secca. «L’ho preso dal mio stipendio. Il mio ridicolo stipendio. L’ho risparmiato rublo su rublo come una formica impazzita. Ho anche accettato lavori supplementari di traduzione, ho preso contratti extra e ho passato notti intere a preparare report finanziari per terzi dal portatile in salotto, mentre tu eri profondamente convinto che io me ne stessi imbambolata sul divano a rimbecillirmi guardando stupide soap opera alla televisione.
«E se proprio vuoi sapere il dettaglio finale, ho venduto i gioielli. Ho venduto i pesanti orecchini d’oro e diamanti di mia madre, gli unici ricordi che mi rimanevano di lei. Ti ricordi, vero, quando li hai guardati l’anno scorso e ti sei messo a ridere sguaiatamente, dicendomi che erano cianfrusaglie vecchie, patetiche e terribilmente fuori moda? Ebbene, mio caro esperto di stile, per quegli ‘orecchini fuori moda’ ho incassato esattamente ottantamila sonanti rubli. Me li hanno valutati profumatamente. E sai dove? Al banco dei pegni. Lo stesso, identico banco dei pegni dove, con un’illuminata intuizione, avevi pubblicamente suggerito di portare me.»

A quelle parole, la resistenza di Roma cedette di schianto. Le gambe gli si piegarono. Si accasciò lentamente sulla sedia, rimpicciolendosi fisicamente, afflosciandosi su se stesso come un pallone aerostatico a cui viene sottratto tutto il calore, sgonfiandosi sotto il peso titanico della propria umiliazione.
Dimon si schiarì rumorosamente la gola nel silenzio imbarazzato.
«Larisa… Dio mio, questo… questo è davvero impressionante,» sussurrò Kostya, scuotendo la testa, diviso tra lo shock e un’involontaria ammirazione per quel colpo di teatro.
«Sì, lo è. Ma non illudetevi, non è tutto qui.»
Senza degnare di uno sguardo il marito annientato, si voltò nuovamente verso la credenza ed estrasse con un gesto fulmineo un secondo documento, rilegato con eleganza in una cartellina azzurra. Lo fece scivolare con precisione geometrica sopra il contratto d’acquisto.
«Questo, signori miei, è un accordo legale redatto in ogni suo punto per vivere separati e formalizzare la scissione patrimoniale. L’ha meticolosamente preparato, limato e depositato il miglior avvocato divorzista che i miei ‘spiccioli’ potessero pagare. Sto chiedendo ufficialmente e irrevocabilmente il divorzio, per direttissima. E l’otterrò senza combattere, fidati.
«Le condizioni sono semplici, cristalline e non negoziabili. I bambini vivranno stabilmente con me, nel nuovo appartamento. Il mantenimento mensile verrà versato con regolarità svizzera, secondo quanto strettamente previsto dalla legge, pignorato direttamente alla fonte in caso di ritardo. Nulla di più, ma nemmeno un centesimo di meno.
«Riguardo alle proprietà, la questione è già blindata. Ho rogitato l’appartamento un attimo prima di depositare gli atti di divorzio, ma poiché ho utilizzato esclusivamente e in modo tracciabile fondi personali preesistenti alla comunione, per la legge quell’immobile è intoccabile. Non potrà essere toccato, non potrà essere diviso, non potrai accamparvi alcuna pretesa.
«E per dimostrarti la mia generosità, questa maestosa, splendente, impeccabile casa è tutta tua. Te la lascio per intero. Non rivendico neppure l’ombra di un battiscopa, puoi starne certo. Puoi rimanere a vivere qui dentro da solo, a specchiarti nella tua grandezza, e ovviamente, sarai tu a continuare, anima e corpo, a svenarti per pagare le pesantissime rate del mutuo residuo, visto che ci tieni così tanto a mantenere intonsa la tua eccellente, scintillante storia creditizia.»

Roma non emise alcun suono. Un mutismo catatonico si era impossessato di lui. Fissava ipnotizzato i fogli timbrati, gli inchiostri blu, le firme scure, sgranando gli occhi come se le parole dattiloscritte in cirillico gli apparissero vergate in antichi, incomprensibili geroglifici o in ostico sanscrito. La sua mente, abituata a dominare e a comandare, andava a vuoto.
L’atmosfera per gli ospiti si era fatta insostenibilmente rovente, irrespirabile. I “suoi amici”, i fedeli compagni di bevute che fino a un’ora prima pendevano dalle sue labbra, iniziarono a contorcersi, a spostarsi nervosamente sulle sedie in legno, raschiando il pavimento. Nel giro di pochi istanti, come topi che abbandonano di corsa una nave in procinto di colare a picco, iniziarono ad afferrare cappotti e telefoni. Si affrettarono a balbettare frasi di saluto sconnesse, impacciati, nervosi e sudaticci, evitando accuratamente in ogni modo di incontrare sia lo sguardo furibondo di Larisa sia quello annientato di Roma.
Fuggirono verso l’ingresso uno a uno, spintonandosi per chi si dovesse allacciare prima le scarpe.
Solo Vlad, l’uomo misterioso, indugiò a lungo, fermo sulla soglia, un’ombra imponente nel corridoio. Poi, inaspettatamente, si voltò indietro. La cercò con lo sguardo e, ignorando totalmente la presenza del marito, le disse con una sincerità disarmante, la voce piana e sicura:
«Quando sarà il momento… se hai bisogno di forza lavoro e di braccia robuste per aiutarti a traslocare gli scatoloni pesanti, chiamami. Parlo assolutamente sul serio. Non farti scrupoli.»
E, con un cenno elegante del capo, sparì anche lui nella notte.

Larisa rimase in piedi da sola, perfettamente immobile e dritta al centro esatto dell’enorme, lussuoso, e ora patetico soggiorno.
Roma era ancora seduto a capotavola. La sua testa orgogliosa era crollata pesantemente, seppellita tra le mani, i gomiti puntati sui documenti. Il silenzio della casa, un tempo rassicurante, ora rimbombava come un’eco in una caverna.
«Perché?» chiese improvvisamente. La sua voce fuoriuscì come un rantolo roco, spezzato, la voce di un uomo sconfitto, spezzato nel midollo. «Perché, Lora? Perché mi stai facendo tutto questo?»
Larisa non provò la benché minima esitazione. Le parole fluirono fuori dalle sue labbra, taglienti e definitive come la lama di una ghigliottina, mettendo fine a una condanna durata dodici lunghi anni.
«Semplice. Perché tu non mi hai mai, dico mai, invitata a farne parte. Neanche una maledetta volta in dodici fottuti anni. Sono stata un’ombra. Un soprammobile. Una domestica muta. Eppure, nonostante tutto questo, io ho vissuto qui dentro comunque, soffocando, sopportando, annullando me stessa. E allora, visto che mi consideravi l’intrusa, ho deciso che ora basta. Ora mi sono invitata da sola alla vera vita, quella fuori da questa gabbia.»

Si voltò e, con l’efficienza spietata di un automa, raccolse tutti i piatti, i vassoi con gli affettati stantii e i bicchieri colmi di cognac. Ripose tutto nella lavastoviglie con ordine maniacale, posizionò la pastiglia del detersivo e premette il pulsante per avviare il ciclo di lavaggio intensivo, un ronzio meccanico che sembrò sigillare la fine del loro matrimonio.
Poi imboccò il corridoio, si diresse verso la grande e fredda camera da letto matrimoniale, salì su uno sgabello e tirò giù dall’armadio una voluminosa valigia blu. La aprì sul letto e cominciò a riempirla con metodo. Non era affannata, non stava fuggendo, stava compiendo un’operazione chirurgica.
Mise in valigia rigorosamente e soltanto le *sue* cose: i suoi abiti dimessi, il tailleur nuovo, le sue spazzole, i pochi gioielli rimasti. Non sfiorò nemmeno con un dito le giacche di Roma. Lasciò gli abiti e i libri dei bambini esattamente dove si trovavano nei loro scaffali, intatti; non c’era motivo di causare loro un trauma notturno. Li avrebbero recuperati e inscatolati il giorno seguente, alla luce del sole, con calma e logica, senza inutili isterismi, in modo razionale e controllato subito dopo l’orario scolastico.
Per quella notte, quella prima incredibile e interminabile notte, si sarebbe semplicemente rifugiata da sua madre.
Durante l’intera, lunga ora in cui imballava le sue cose, Roma non ebbe l’ardire di varcare la soglia della camera da letto.
Larisa poteva nitidamente sentirlo camminare avanti e indietro nel soggiorno, trascinando i piedi come un condannato a morte, imprecando a mezza voce, prendendo a calci i mobili, sbattendo i pugni contro i muri, e forse, finalmente, abbandonandosi a un pianto disperato. Ma non le importava. Non si degnò di ascoltare con attenzione quei rumori; le arrivavano come l’eco fastidioso del traffico cittadino da una finestra chiusa.
Saggiò il suo animo e scoprì, con profonda meraviglia, di non provare nulla. Non sentiva né freddo né caldo. Nessun rancore feroce, nessuna tristezza dilaniante. Sentiva un inusuale e pacificante senso di vuota normalità.
La sensazione era precisamente e fisicamente paragonabile a quella che si prova quando, dopo un’intera e massacrante giornata di lavoro in piedi, si sfilano da un piede dolente un paio di scarpe eleganti ma atrocemente, dolorosamente strette, e ci si rende conto, con un brivido di pura estasi, di poter finalmente e liberamente muovere le dita dei piedi rattrappite. Un sollievo intimo, totale, assoluto.

Trenta giorni dopo, con il divorzio in pieno svolgimento, la polvere della battaglia cominciò a diradarsi. Ricevette un inatteso invito per una rimpatriata serale dei vecchi compagni di classe del liceo, un evento a cui, negli anni scorsi, Roma le avrebbe proibito di partecipare liquidandolo come una “frivolezza inutile”.
Ma lei ci andò. Ci andò indossando un elegante, costoso e bellissimo tailleur pantalone color prugna, sfoggiando un nuovo e sofisticato taglio di capelli corto, sbarazzino, avendo definitivamente bandito dalla sua esistenza il severo chignon che la invecchiava di vent’anni. Aveva un trucco leggero, gli occhi accesi, un’energia vibrante.
Quando fece il suo ingresso nella sala del locale affittato per la festa, i suoi ex compagni rimasero letteralmente a bocca aperta nel vederla. Un mormorio di sorpresa la accolse. Tutti volevano abbracciarla, e tutti le domandavano incessantemente, con ammirazione non celata, quale fosse il miracoloso segreto di quel suo repentino elisir di giovinezza, di quel luminoso ritorno alla vita.
Larisa ridacchiò tra sé, portò alla bocca un flute di champagne e, scherzando, rispose:
«Il segreto, amici miei? La gestione dei documenti.»
I volti intorno a lei si corrugarono, incerti e perplessi. Nessuno capì la battuta.
Lei sorrise, e non sentì il minimo bisogno di fornire alcuna spiegazione. Era un segreto sacro, e tale doveva restare.
Poi, lo vide.
Vlad, lo stesso uomo, alto e imponente, di quella fatidica e rovente sera d’autunno in cucina, stava appoggiato al bancone di legno scuro in un angolo appartato della grande sala. Indossava una camicia scura, senza cravatta, e stringeva un bicchiere di whisky. La stava guardando.
Non esitò un istante. Con passi lenti e decisi si staccò dal muro, attraversò la folla di corpi accalcati, le si avvicinò e le chiese, con voce profonda e gentile, se avesse voglia di uscire con lui il giorno dopo a prendere una tazza di caffè.
Senza abbassare lo sguardo, fiera e consapevole di sé, lei accettò.

L’appuntamento andò a gonfie vele. Si sedettero a un tavolino di una vecchia e caratteristica caffetteria del centro, e vi rimasero, dimentichi dello scorrere del tempo, finché il cameriere non venne a comunicare loro l’orario di chiusura rovesciando le sedie sui tavoli.
Parlarono ininterrottamente. Conversarono delle loro vite, della fatica costruttiva e appagante del lavoro, dei caratteri complessi dei rispettivi figli adolescenti, e di quanto, incredibilmente, i fili dell’esistenza si intrecciassero per far incontrare due persone in un modo così assurdo e stranamente perfetto, incrociando i destini in una caotica cucina traboccante di ubriachi.
Non vennero siglati accordi per il futuro. Nessuna promessa romantica avventata o solenne dichiarazione d’intenti fu scambiata sopra i resti dei cappuccini ormai freddi.
Fu, in modo meravigliosamente rassicurante, semplicemente una lunga, profonda, autentica e paritaria conversazione tra due adulti sani, non feriti a morte dalla vita, che, guardandosi negli occhi, si stavano scoprendo reciprocamente e genuinamente interessanti. Due persone che si riconoscevano.

Quando quella notte Larisa tornò a casa, rincasò nel *suo* appartamento. Aprì la porta d’ingresso blindata. I mobili scarseggiavano ancora, le pareti di cartongesso rimandavano l’eco dei suoi passi, e nell’aria aleggiava quel pungente, inconfondibile odore di vernice fresca e solventi da ristrutturazione appena terminata. Eppure, per lei, era il profumo più inebriante del mondo. Il profumo della libertà assoluta.
Sfiorò l’interruttore sulla parete accendendo la luce del corridoio. Avanzò lentamente, con passo leggero, camminando per le ampie stanze spoglie, toccando gli stipiti delle porte, accarezzando la superficie fredda dei caloriferi, godendosi la meravigliosa, sconfinata solitudine di quegli spazi vuoti, di quegli spazi suoi. E solo suoi.
Si fermò, infine, accanto all’ampia vetrata della sala principale che dominava, dall’alto, l’intricata geometria della città pulsante. Schiacciò la fronte contro il vetro freddo. L’oscurità fuori era trapuntata di luci intermittenti. I veicoli sfrecciavano, la vita continuava il suo instancabile e caotico corso notturno.
E lì, stagliati contro il buio e distanti l’uno dall’altro con matematica regolarità, i lampioni del grande viale sottostante brillavano, illuminando l’asfalto nero.
I suoi occhi si assottigliarono. Senza rendersene conto, le sue labbra si mossero, e nella quiete perfetta, inviolata e inviolabile della sua nuova casa, iniziò a contare a mezza voce, con il ritmo lento e calmo del respiro.
Centoquarantacinque.
Centoquarantasei.
Poi, si fermò all’improvviso, prima di arrivare a quel traguardo fatidico e magico, prima che il sortilegio si compisse o si scontrasse di nuovo con l’amara, ostile e insensata realtà di un tempo.
E sorridendo alla città addormentata, chiuse gli occhi e, con l’animo finalmente leggero, espresso il suo desiderio.
E questa volta, per la prima volta nella sua vita, lo tenne tutto, rigorosamente e gelosamente, per sé.

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