Ha buttato fuori la moglie al nono mese perché aspettava una femmina. Poi ha svuotato il conto per far partorire l’amante in una clinica di lusso, certo che sarebbe arrivato “finalmente” un maschio. Ma proprio il giorno della nascita, una sola verità gli ha fatto crollare il mondo.
Il sole di Guadalajara era già alto, dorava le colline e rendeva l’aria quasi allegra. Per Lucía, invece, ogni passo era un macigno. Si muoveva lentamente per l’appartamento, una mano a sorreggere la schiena e l’altra sul ventre teso, come se il calore del palmo potesse placare le fitte.
— Ancora un po’, amore mio… resisti — mormorò, forzando un sorriso.
Héctor le passava accanto come se fosse un mobile. Da quando la gravidanza aveva preso forma, anche lui era cambiato: prima premuroso, poi spigoloso, infastidito da tutto. L’odore del cibo lo irritava, la sua lentezza lo faceva sbuffare, perfino il modo in cui sospirava quando era stanca sembrava un’offesa personale. Lucía aveva iniziato a sentirsi di troppo nella casa che credeva “loro”.
Quella sera stava sistemando i vestitini piegandoli con cura ostinata, come se quell’ordine minuscolo potesse tenere insieme il resto. Héctor entrò, guardò distrattamente il mucchietto di tutine e, senza nemmeno togliersi le scarpe, tagliò l’aria con una frase.
— Il mese prossimo te ne vai da tua madre. In paese. E partorisci lì. Qui è uno spreco di soldi.
Lucía rimase con una tutina tra le dita, immobile.
— Héctor… sono al nono mese. Il viaggio è lungo. Se succede qualcosa… — la voce le si spezzò.
Lui scrollò le spalle, come se stessero parlando della spesa.
— Se succede qualcosa, te la vedi tu. In paese ci sono le levatrici. E io non ne posso più delle tue scenate.
In quell’istante, Lucía capì: non stava discutendo con un marito. Stava parlando con un estraneo.
Due giorni dopo era su un autobus con una valigia troppo vecchia e un cuore troppo pieno. La città si allontanava dal finestrino come un film che non voleva più guardare.
San Cristóbal de la Sierra la accolse con aria più fresca e strade polverose. Alla stazione c’era Doña Rosario, sua madre, con gli occhi rossi e le braccia già aperte. Non chiese niente: la strinse e basta, come se quel gesto fosse una promessa.
— Qui non devi dimostrare nulla. Sei a casa. E sei al sicuro — le sussurrò.
A Guadalajara, invece, Héctor respirò come se si fosse liberato di un peso. E corse da chi gli faceva sentire di nuovo “importante”: Camila Ortega, la giovane segretaria dagli occhi vivaci e dalla voce sempre pronta a dire ciò che lui voleva sentire.
Anche lei era incinta. E soprattutto gli aveva giurato la cosa che Héctor considerava una vittoria: sarebbe stato un maschio.
Lui si gonfiò d’orgoglio.
— Finalmente. Un erede vero. Uno che porta il mio nome — ripeteva, come un mantra.
Con Camila non fece il tirchio. La sistemò all’Ospedale San Rafael, una clinica privata che sembrava un hotel: stanza VIP, visite quotidiane, perfino i pasti serviti su vassoi lucidi. In pochi giorni, Héctor bruciò quasi centomila pesos senza nemmeno guardare le cifre: quel denaro, per lui, era il prezzo della “certezza”.
Quando arrivò il giorno del parto, si presentò con un mazzo di fiori esagerato e il sorriso di chi si sente già celebrato. Mandò messaggi agli amici, si vantò, si fece fotografare in corridoio come un padre modello.
Poi un’infermiera lo chiamò per firmare dei documenti.
Héctor si avviò verso il reparto neonatale con il passo trionfante di chi pensa di aver “vinto”.
Aprì la porta.
E l’aria gli si bloccò in gola.
Davanti a lui, ferma come una sentenza, c’era Doña Rosario.
— Lei… che ci fa qui? — balbettò, sentendo il sudore comparire sulla nuca.
La donna posò sul tavolo una scatola di latte e lo fissò con calma. Non c’era rabbia urlata, solo un freddo lucido che faceva più paura.
— Sono venuta a vedere mio genero. E il bambino di cui vai tanto fiero.
Héctor provò a ridere, una risata corta e nervosa.
— C’è un equivoco. Camila… io… la sto solo aiutando, niente di più.
Doña Rosario alzò una mano, e quel gesto bastò a farlo tacere. Poi aprì la borsa e tirò fuori una busta.
— Sai cos’è? — disse piano, scandendo ogni sillaba. — Un test del DNA. Fatto oggi.
Estrasse il foglio e glielo mise davanti, senza pietà.
— Il bambino non è tuo, Héctor.
Per un secondo lui non comprese. La bocca restò socchiusa, gli occhi persi. Poi qualcosa dentro gli cedette.
— Non… non è possibile. Camila mi ha giurato… — sussurrò, come se ripetere quella frase potesse sistemare tutto.
Doña Rosario lasciò uscire un sorriso amaro, di quelli che non hanno niente di felice.
— Hai cacciato mia figlia incinta perché “non ti dava un maschio”. Hai contato i soldi come se l’amore fosse una bolletta. E poi hai buttato una fortuna per comprare l’illusione di un erede… per finire a pagare il figlio di qualcun altro. La vita, Héctor, sa come far tornare i conti.
Rimise i documenti nella borsa e si voltò verso l’uscita. Sulla soglia, aggiunse l’ultima lama.
— Lucía sta bene. Ha partorito una bambina splendida e sana. E sarà circondata da persone che la rispettano. Tu, invece, resterai con il peso delle tue scelte. Da oggi, mia figlia e mia nipote non hanno più bisogno di un codardo.
La porta si chiuse con un colpo secco.
Héctor rimase seduto, svuotato. Nel corridoio i neonati piangevano: suoni che poche ore prima gli sembravano un applauso. Ora gli graffiavano l’anima come una presa in giro.
E il conto arrivò subito, uno dietro l’altro.
La clinica lo chiamò: il debito era enorme. Camila era sparita, come fumo, lasciandogli firme, garanzie e spese intestate. L’appartamento che le aveva affittato finì sotto pignoramento. Il suo orgoglio, quello che aveva usato come arma contro Lucía, si frantumò come vetro.
Intanto, a San Cristóbal de la Sierra, la vita ricominciava con un ritmo più lento.
Lucía, ancora fragile, tornava a respirare giorno dopo giorno. Il sole del pomeriggio entrava dalle finestre e accarezzava il viso della neonata, addormentata serena tra le sue braccia.
Doña Rosario la osservava con dolcezza e le parlava piano, come si parla a chi sta imparando di nuovo a stare in piedi.
— Vedi? L’amore non si misura in pesos. Tu hai tua figlia, hai casa, hai pace. Lui… ha solo il rumore delle conseguenze.
Lucía abbassò lo sguardo sulla piccola, le baciò la fronte e sorrise con le lacrime agli occhi.
Fuori, il vento muoveva gli alberi con un fruscio leggero.
E per la prima volta dopo tanto tempo, Lucía sentì davvero cosa significava essere libera.